A un certo punto della
mia vita, più o meno con il sole a mezz’asta, mi ritrovai, dopo una parentesi
(felice a modo suo) a Domenica in, a far da addetto stampa e da traduttrice in una piccola casa
editrice che portava un nome, secondo me, indegno per far letteratura, ma che
era quello, ohilui, di un ex manager di non so più che azienda che, finalmente
in poltrona, aveva deciso di impiegare la sua liquidazione ricca, inseguendo il
suo personale sogno di fare lo scrittore. Economista coi baffi, fu nell’oceano dell’editoria,
un agnus Dei. Si fidò delle persone sbagliate, fallì e addio. Ma io, che facevo
piuttosto benino il mestiere mio, ebbi
in quei due anni di attività, in giro per le redazioni a portare i libri
nostri, la gran fortuna di conoscere, tra gli altri, Ugo Moretti, lui sì gran
giallista e anche pittore, alla faccia di chi gli voleva male. Oh, nessuno più
lo ricorda questo signore qui, che pareva il gran lombardo di Vittorini! Ma io
sì che lo ricordo, con la sua testa bianca, un naso lungo, da pugile, due occhi
di mare che gli davano una cert’aria solenne di antico Giove pluvio. Quando lo
conobbi io (ché il mio editore voleva ripubblicare, mi par di rammentare, un
giallo suo “Doppia morte al Governo vecchio”), alle dieci del mattino della mia
vita, lui era già quasi pronto per il sonno dei giusti. Viveva in un appartamento
affogato nei quadri che indovinavo
occupar persino il frigorifero; mi accolse con uno sguardo azzurro, neutro e
tra noi non ci fu nulla di memorabile da ricordare. Né gesti né parole. Ma
prima di andar via, mi regalò un librino suo dal titolo “Champagne di mattina”
che ancora conservo, gelosa, nella mia personale libreria degli amici e dei
fratelli. Con una scrittura di vento, vergò questa dedica: “A Ester perché sia
introdotta alla malizia dei vizi delle donne”. E mentre copio paro paro la
dedica sua, mi viene in mente, per quelle associazioni libere che sono il sugo
della vita, un episodio capitato più o meno in quel periodo. Questo: io e
Vivian corriamo lungo il Viale di Porta Ardeatina, col Bastione del Sangallo a far ombra ai nostri
pensieri; corriamo, rosse e spettinate e, secondo me (cresciuta a pane e principi
azzurri) piuttosto brutte. Ma le macchine si fermano e gli uomini ci fischiano.
E io a Vivian: “Ma non si accorgono che abbiamo il fiato mozzo e i capelli di
Medusa?”. E lei, di due anni più giovane di me, sospira: “Non capisci. E’
proprio per questo…”

....finito il tempo dei fischi per la strada.....ti accorgerai di essere diventata invisibile...:) :) :) (io lo so)
RispondiElimina