A un certo
punto della mia vita, per imparare a tenere ben saldi i piedi in
terra, senza volar via come mi capita sovente, mi iscrissi
a un corso di flamenco, che si teneva in un locale seduto per terra in un
tetro cortile di un caseggiato perduto lungo una traversa della Via
Gregorio VII. Sapevo di essere arrivata alla meta, arrampicandomi su
per quel serpente d'asfalto che si lasciava alle spalle San Pietro,
quando vedevo, laggiù, sventolare i ciuffi verdi del parco di Villa Carpegna che facevano – e fanno - da ambiente al via vai di quel traffico pazzo romano. Entravo: lo spogliatoio, echi di voci e risate. La gonna,
ampia, nera, tutta sbieca l'avevo tagliata e cucita da me; le scarpe,
comperate in un negozio in cima a via Panisperna, lo stesso le nacchere, che erano di legno nero, pesanti, e davano brio alle sevillanas.
La padrona
della scuola si chiamava Isabel ed era un'andalusa per un quarto e gitana per il resto, con la lunga treccia nera che faceva da coda alla
schiena e i lineamenti bruni, di pepe di Spagna. Ricordo ancora oggi,
vivi, i suoi occhi.. Non le sfuggiva
nulla di noi, non un gesto, un passo nè, quando c'era, una grazia, né, se c'era, una
malia...
Era sulla
cinquantina già allora, Isabel, e piccola e niente affatto snella. Aveva una figlia, più
o meno della mia età, che insegnava, con bravura elementare, scarna, ossuta, a noialtre principianti il sapateado e a il braceo e
a far questo e quello durante le sevillianas. La madre, seduta, a
testa dritta, guardava e basta, sicché mi persuasi presto che
l'insegnate fosse la giovane soltanto e mi feci il mio bel corso che
durò l'anno intero. Mi piaceva, ricordo, più di tutto,
indossare la mia sottana color tenebra che mi regalava, nel suo
srotolarsi leggero, l'illusione di essere un'altra...
A fine anno,
al teatro Manzoni, “il gruppo”, cioè le migliori (tutte scelte dall'occhio implacabile di Isabel) le
esperte, quelle che andavano a Siviglia, d'estate, a frequentar corsi
su corsi, facevano “lo spettacolo”. Andai, con le altre a vederlo. Ballavo anche io, seduta sulla poltrona amaranto... Prima le
sevillanas, poi la bouleria, in un volteggiar di gonne e di
battimani. Al fin de fiesta quando a tutte era concesso quel minuto di arte e di gloria, un assolo sul palco, uscì Isabel, vestita di verde. Girò appena gli occhi e la testa, tenendo il mento diritto,
fece un veloce sapateado, con la gonna a polena davanti e poi buttata all'indietro. Due battimani. Entrò,
ballò, uscì. Non c'era nessun'altra. Solo lei e l'arte flamenca...

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