Ogni venerdì, dopo la recita del Rosario (escluso il primo del mese che ci vedeva tutte a messa) al Mater Dei era giorno di confessione. Il Sacramento si celebrava in
sacrestia, una stanzucola buia, soffocata, posta, dando le spalle al muro, sulla sinistra dell’altare maggiore. Incombevano su un fragile inginocchiatoio,
armadi di mogano scuro pronti a divorarci. L’ira del Dio
dell'Antico Testamento sulle nostre fragili spalle di piccole
peccatrici…
A confessarci veniva un sacerdote grigio, curvo come un arco La faccia era rossa e spellata come capita sovente in vecchiaia.
Doveva annoiarsi a morte alle nostre tiritere, perché non faceva che coprirsi bocca
e naso con una mano ossuta buona per mascherare sospiri e ampi
sbadigli.
Noi
aspettavamo in chiesa, occhi a terra, a rimuginare, così pensavano le sister, sui nostri peccati. Non so per le altre, ma per me, che agonia! Non sapevo fare l’esame di
coscienza. Deliberato consenso e piena avvertenza, nel mio
vocabolario bambino, erano idee platoniche, pianeti marziani. Sicché giocavo a
dadi con le mie mancanze. Se non c’erano, o se non le ricordavo, le inventavo. Arrotolavo
nella mente le possibilità più credibili e cercavo disperatamente di
ricordarmi quali peccati avevo denunciato la volta precedente per
evitare, come con le figurine, i doppioni. E sbirciavo di sottecchi le compagne,
loro sì mi parevano tutte quante composte, consapevoli, buone ad affrontare la
confessione con una serietà compunta e solenne. Non come me... Mi preparavo a confessarmi, dunque,
come a una interrogazione di storia o di geografia, pronta a
rovesciare il mio cestino di peccati ai piedi del sant’uomo e attendendo il voto. Quando
veniva il mio turno, faccia a faccia con Dio, ecco cadere quel
silenzio di piombo che provavo a riempir di parole. La stanzetta si
colorava della mia voce che zampettava su e giù per le colline
sabine. Il verdetto arrivava subito dopo. Tre avemaria e tre
glorialpadre, sospirava il sacerdote e cominciava a recitare l’atto
di dolore che, chissà perché, non ho mai imparato per intero.
Rubavo dalle sue labbra l’orazione, masticando parole a voce bassa,
in un bisbigliar di ignoranza…
Molti
anni più tardi, già donna, seppi che per tutte le
compagne (o quasi) la confessione era la medesima croce e che a tutte il
sacerdote assonnato dava le medesime preghiere in espiazione: tre
avemaria e tre glorialpadre. Come se pregare fosse una punizione…

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