Nascosto nel bel verde di una strada ampia e ariosa che, diritta, conduce verso i lidi romani, si nasconde, timida, una colonia di gatti romani. L'ho scoperta per caso un giorno che tornavo da casa di mia madre, sgambando in previsione di uno dei feroci lockdown, che hanno spento una luce nella Città Eterna. Mi sono avvicinata e loro, i micetti, non erano lì. Sono rimasta, appostata in un canto e d'un tratto, tra e erbe, un musetto, due orecchie appuntite, una coda nera. D'un balzo eran almeno sette e, guardandomi, attendevano speranzosi che tirassi fuori dalla borsa qualcosa di saporito da metter sotto i denti. Ma io non avevo un bel nulla e così abbiamo solamente fatto amicizia, guardandoci e annusandoci da lontano.
Più avanti, nell'esplosione della primavera, bianchi i fiori della purificazione, sono tornata nella balza felina e mi ero portata un saccocino di robetta da mangiare, la carcassa del pollo arrosto, il mollume del pesce, qualche pezzetto di carne. Ho depositato il tutto nelle ciotoline rosse apparecchiate lì sul muretto e, un secondo dopo, dal verde spuntavano i soliti musetti, le code, le zampette rosa. E mentre loro mangiavano io ne ho fotografati alcuni. Uno di loro, dispettoso, è riuscito a voltarsi al momento giusto senza così mostrarmi un musetto riconoscente. E qui vi metto le foto a mo' di testimonianza.





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