Se, in fiamme, il mio cuore arde nella Divina Presenza che lo conduce, non fa tuttavia fatica a discernere qui, sulla terra, i segni dell'eterno peccato che rende il cuore degli uomini duro. Mi basta poco, pochissimo, per capire che cosa si cela dietro uno sguardo di pietra, leggere i segreti pensieri ghiacciati, le intenzioni di grandine, i desideri di cardi e di spine. La verità mi chiama a entrare nell'anima di chi mi sta davanti e facile diventa, per me, seguire i sentieri suoi impervi lungo il cammino di caos che lo fa ondeggiare, amare e odiare insieme, costruire e distruggere al contempo. Un dono, per me, e forse anche una spina. Ma avanti anche tra il dileggio di chi, magari, finge di volerti bene o te ne vuole, soffrendo. Il giudizio non mi appartiene, solo la preghiera per il mondo bello che intorno danza e sorride e a volte fa smorfie di dolore...
Avanti, dunque, e ieri, andando alla messa, insieme a chi amo, mi è sembrato che le strade di Roma, sporche, abbandonate, tristi, vuote, fossero una spenta boutique della miseria: qui un paio di scarpe da ginnastica di marca abbandonate sul prato del Colle Oppio, più avanti, su Via Labicana, un paio di guanti da sci color ghiaccio e poi una tuta appallottolata all'angolo con via Merulana. Cammino, dolente, e mi accendo di gioia quando arrivo lì dove attendo la pace. Ma i cancelli sono chiusi e nessuno aspetta alla porta. Così, ce ne andiamo nella Basilica liberiana di Santa Maria Maggiore e il Te Deum, cantato di ardente gregoriano, riempie il vuoto, in ringraziamento per le tribolazioni che sono temperino alla grazia. Poi, leggera, al ritorno, è tempo di preparare la cena e di brindare all'anno che oggi, bagnato come una sposa fortunata, è arrivato...






















