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| https://www.ibs.it/c-ero-volta-libro-benedetta-de-vito/e/9788899932428 |
Il mio prossimo, piccolo libro, è già in boccio
festante, disteso sulla mia scrivania (che era tavolino della nonna Stella) per
farsi smacchiare, lavare, mettere in centrifuga e poi, finalmente, stendere al
sole. Se per “C’ero una
volta”, ho scelto il Sacro Cuore di Gesù che arde d'amore, penso alla copertina che mi piacerebbe avesse quello che ancora nutro (d’amore) materno al chiuso della mia stanza. Un’idea ce l’ho, ma non la dico. Me l’hanno
suggerita, proprio ieri, cinque passeretti che mi hanno accompagnata, con il
loro allegro canto, mentre camminavo giù per la Via Panisperna, in questo
freddo maggio mariano che or ora si apre al caldo sole della primavera, sotto
il manto turchino della Madonna…
E mentre, al pomeriggio, con la matita rossa e blu,
correggo, rappezzo, metto e tolgo, penso a quando il mio tavolino era, sempre
lui, in un’altra stanza, quella che, d’un tratto, a diciotto anni, ebbi tutta
per me, io che avevo sempre diviso la camera, in letto a castello, con mio
fratello Marco. Dunque, coe Virginia Wolf (che pure non amo…) avevo anche io
una stanza tutta per me. E quella stanza, preziosa per me al ricordo, allegro
di com’ero, affacciava su un piccolo pezzo di terrazzo in cotto rosso, che era
stretto stretto e correva tutt’intorno alla casa, protetto da un muretto prima
e da una ringhiera, color grigio perla, poi. La ringhiera era tutta arzigogoli,
convolvoli e volute e mi piaceva tanto.
Ma ancora di più mi piaceva il mese di
maggio quando fioriva di rose profumate. Grandi, dai petali carnosi, quasi di velluto, eleganti, nello zefiro il loro tenero profumo, erano le rose gialle nel
cuore e poi, in degradar di colori, aranciate e rosa. Piccole, come macchie di
sangue cremisi, le rosse scarlatte che, presto, mi pareva perdevano sepali e petali, restando come monticelli verdi con un cuoricino di pistilli, in
un pianto di rosse ciglia. Mi piacevano e mi piacciono le rose, e più ancora mi
piacevano le cantilene verdi, smeraldine, che ronzavano intorno al seme interno dei fiori in voli pazzi che seguivo, naso in su, invece di fare i compiti. Per me erano e rimangono cantilene e, nel loro leggiadro
nome, una poesia. Seppi solo poi che si chiamavano cetonie dorate, che, pur nel loro da principesse alate, erano
coleotteri e che alle rose facevano un gran male…

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