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domenica 26 maggio 2019

La vita segreta del mare


Una mattina, di pochi giorni fa, mi sono svegliata all’alba e il mare e il cielo, baciandosi, erano tutti rosa, come se sull’aria e l’acqua si fosse steso un manto di seta del colore dei coni delle fate. Aperta la finestra, Cala Girgolu, silente nel suo bel maggio di gocciole e fiori, e tutta rugiadosa e tremula e rosata si è come tuffata nell’anima mia e la quiete dell’intorno, impressa nel mio cuore, è rimbalzata al vento, nell’eco dei gorgheggi dei tanti uccelli che, in festa, salutavano la nuova mattina. Io, con loro, in ringraziamento. E mentre il vento, sorto dall’alto dell’aldia, alitava sulle onde, increspandole, le dita rosa dell’alba si sono fatte d’argento e cupa nuvola, in forma di cappello, è salita in testa a Tavolara preannunciando pioggia e tempo da lupi. Ho chiuso la finestra e, beata nel mio passato incanto, ho fatto, tra me e me, la lista di quello che ho fatto e non ho fatto, dei lavoretti da fare ora oppure più avanti nel solleone estivo.
E tra questi, il nuovo libro (dopo il mio “C’ero una volta” che, incredibilmente – per me – su Ibs è tra i best seller della spiritualità!) che, invece, se n’è rimasto, buono buono, sulla madia, ad aspettare il suo turno. Qui a Cala Girgolu, quando vengo, la scrittura mi par che si sfilacci e perda sostanza nella mia vita e altro occupa anima, cuore e mente. Ci sono tante erbacce da strappare, piccole cose da ridipingere, ci sono i (gatti) tanti da nutrire, il marito che chiede il suo pane quotidiano. E c’è il mio angolino di paradiso solitario, sulla spiaggia, quando – pur nel freddo – seduta su una roccia, in capo all’arenile, immergo nell’acqua i piedi e osservo i girotondi incuriositi di salpette e saraghini, osservo la timidezza dei gamberi che,  a marcia indietro, si nascondono tra l’alghe e mi perdo nei guizzi allegri dei cefali che tutt’intorno a me danzano, argentati, la loro gioia di vivere nella vita segreta del mare…

martedì 14 maggio 2019

Intorno all'Argentina

https://www.ibs.it/c-ero-volta-libro-benedetta-de-vito/e/9788899932428
Ripropongo qui la copertina del mio libro che vorrei andasse bene, nelle vendite, non per me, ma per il suo fratellino che ancora scrivo, correggo, lavo e stiro e che vorrei un giorno veder vivo, andare in giro per il mondo con le gambe sue...

Non so se vi è mai capitato, passeggiando per la Roma affannata e sporca di questi nostri giorni a testa in giù, di trovarvi, in Piazza Argentina, nel viavai frenetico di taxi, bus e pedoni, in fretta di cammino in qua e in là, ognuno a modo suo, tra passi e sgommate. Davanti al teatro dedicato alle Muse Tersicore e Melpomene, scappellatevi al ricordo che, proprio lì, c’era ai tempi di Giulio Cesare, un altro teatro: il teatro di Pompeo e proprio in piazza Argentina, lì in basso, tra le rovine, regno di gatti romei, è stato pugnalato il Divo Cesare dai congiurati che gli erano parenti, come si sa…
E ora, entrati nella macchina del tempo, come ritornati un bel po’ indietro, mettiamo nel Seicento, addentratevi in una viuzza stretta, buia, tutta quanta dal cuore romano, che porta il sacro nome di Via del Sudario. E perché mai vi chiederete? Nel mondo moderno, si mettono alle vie nomi neutri, Piazza Mazzini, ad esempio, in un luogo dove Mazzini, magari, non è stato mai. Via Emma Perodi, vicino alla Pineta Sacchetti, dove, credo, lei (una scrittrice che amo) non ha messo piede mai. Non così per gli antichi, i quali chiamavo le vie con i nomi delle cose che erano lì, che lì respiravano nella verità. E il sudario, infatti, c’è, una copia esatta della Sindone torinese in una piccola chiesa, chiamata Chiesa del Santissimo Sudario, che è a pochi passi dalla grandiosa chiesa (che si vede di sguincio) di Sant’Andrea della Valle dove vorrei andare a salutare l’Arcangelo Raffaele… Entrate nella chiesa savoiarda e sollevate gli occhi in alto dove, con la sua barba bianca, dolce nel sorriso paterno, c’è proprio il Padreterno che da lassù, bianco nel marmo, sorride a noi che siamo nella prova…

domenica 12 maggio 2019

Rose di maggio

https://www.ibs.it/c-ero-volta-libro-benedetta-de-vito/e/9788899932428

Il mio prossimo, piccolo libro, è già in boccio festante, disteso sulla mia scrivania (che era tavolino della nonna Stella) per farsi smacchiare, lavare, mettere in centrifuga e poi, finalmente, stendere al sole. Se per “C’ero una volta”, ho scelto il  Sacro Cuore di Gesù che arde d'amore, penso alla copertina che mi piacerebbe avesse quello che ancora nutro (d’amore) materno al chiuso della mia stanza. Un’idea ce l’ho, ma non la dico. Me l’hanno suggerita, proprio ieri, cinque passeretti che mi hanno accompagnata, con il loro allegro canto, mentre camminavo giù per la Via Panisperna, in questo freddo maggio mariano che or ora si apre al caldo sole della primavera, sotto il manto turchino della Madonna…
E mentre, al pomeriggio, con la matita rossa e blu, correggo, rappezzo, metto e tolgo, penso a quando il mio tavolino era, sempre lui, in un’altra stanza, quella che, d’un tratto, a diciotto anni, ebbi tutta per me, io che avevo sempre diviso la camera, in letto a castello, con mio fratello Marco. Dunque, coe Virginia Wolf (che pure non amo…) avevo anche io una stanza tutta per me. E quella stanza, preziosa per me al ricordo, allegro di com’ero, affacciava su un piccolo pezzo di terrazzo in cotto rosso, che era stretto stretto e correva tutt’intorno alla casa, protetto da un muretto prima e da una ringhiera, color grigio perla, poi. La ringhiera era tutta arzigogoli, convolvoli e volute e mi piaceva tanto.
Ma ancora di più mi piaceva il mese di maggio quando fioriva di rose profumate. Grandi, dai petali carnosi, quasi di velluto, eleganti, nello zefiro il loro tenero profumo,  erano le rose gialle nel cuore e poi, in degradar di colori, aranciate e rosa. Piccole, come macchie di sangue cremisi, le rosse scarlatte che, presto, mi pareva perdevano sepali e petali, restando come monticelli verdi con un cuoricino di pistilli, in un pianto di rosse ciglia. Mi piacevano e mi piacciono le rose, e più ancora mi piacevano le cantilene verdi, smeraldine, che ronzavano intorno al seme interno dei fiori in voli pazzi che seguivo, naso in su, invece di fare i compiti.  Per me erano e rimangono cantilene e, nel loro leggiadro nome, una poesia. Seppi solo poi che si chiamavano cetonie dorate, che, pur nel loro da principesse alate, erano coleotteri e che alle rose facevano un gran male…


venerdì 10 maggio 2019

Archie e George


Eh già la royals-mania colpisce anche me, cresciuta – come è stato – a pane ed english. Piccina avevo una piccola pubblicazione tutta dedicata alla casa delle bambole della Regina Elisabetta, con arredi vittoriani, piccole stoviglie, poltroncine damascate, e bambole un poco belle e un poco brutte come succede, in fondo, a tutte le bambine del mondo. Anche alla Regina d’Inghilterra. Poi è arrivata Diana e ora ci sono le due bellissime Kate e Meghan. Io, devo confessarlo, alla seconda preferisco di gran lunga la prima che mi incanta per la sua semplicità. Confesso, sì lo confesso, di averle mandato un biglietto di felicitazioni per la nascita del terzogenito Louis. E lei mi ha risposto, bè non proprio lei, mandandomi una cartolina del piccolo che tengo riposta tra le cose care.
E siccome ho atteso anche io, trepidante, la nascita del primo figlio di Harry, lasciatemi raccontare, a proposito del nome (Archie Harrison), quello che è accaduto – e che in Italia, mi pare, non è arrivato – leggendo sui tabloid inglesi che amano più che la notizia il colore che fa da cornicetta. Dovete sapere, dunque, che un giorno il principino George era a spasso con Carol Middleton, sua nonna e mamma di Kate. A un certo punto, passa una signora con un cagnolino e George, non resistendo, prende ad accarezzarlo. Subito le guardie del corpo hanno messo in guardia la dama del cagnolino: “Niente foto!”. E ci mancherebbe. Ma George era in vena di chiacchierine. E così lui e lei hanno cominciato a parlare e, come è come non è, la signora ha domandato al bimbo (pur sapendolo bene) come si chiamava. E ora indovinato un poco come ha risposto il piccolo. Sì, avete indovinato,  ha detto di chiamarsi… Archie! Rivelando così il mistero ben prima che tutto accadesse, se solo avessimo orecchie per intendere la verità dei bambini...

giovedì 2 maggio 2019

Il signor Ovini



D’un tratto, mentre sono in coda alla cassa all’Esselunga, la memoria si accende e chiedo a mio marito, che mi è accanto: “Chi era il signor Ovini?”. Risposta, laconica di lui: “Il vicino di casa di mia nonna Vittoria, non te lo ricordi?" E mi passa un grande polipo e il tonno pinne gialle. E mentre infilo nelle diverse buste (freddo, caldo, detersivi), tutto quel che abbiamo comperato, ecco che mi sovviene, come in seppia, il volto dolcissimo di nonna Vittoria, baciato da profumate rose rosa, che fotografai tanti anni fa nella sala da pranzo di una casa affacciata sul mare allegro della Cala Zuccherina. Nonna Vittoria era lì con noi per trascorrer qualche giorno con il bisnipote e anche con il nipote e, siccome giù sulla spiaggia, non andava, si limitava a prendere un poco di brezza sul balconcino, annusando il salso, con i capelli buffi, tutti come vivi, in controvento…
L’ho amata da subito Vittoria perché fu lei, per prima, a darmi il benvenuto nella mia nuova famiglia. Alla figliola, mia suocera, che storceva il naso per l’arrivo della nuora romana, lei disse, tagliando corto in dialetto: “Non t'intrigar, la Ester  va benon…”. E mi faceva ridere tanto quando, in veneto stretto, raccontava delle avventure sue con le maldestre badanti che le avevano dato così tanti mal di capo. Per fortuna, diceva (e giù un sospiro), c’era il signor Ovini, tanto cara persona, che la aiutava un poco nel quotidiano andare. E sorrideva, compiaciuta. Lo immaginavo, io, quesrto signor Ovini tutto piccino e rotondo come un ovetto di Pasqua, di cioccolata bianca però perché ovini mi faceva pensare anche all’agnellino candido che mangiavo, piccina, di zucchero.
Il signor Ovini, grande e grosso, si materializzò al funerale della nonna e tendendo una manona, si presentò, con accento forte pugliese: “Piacère Pippo Jovine…”