Non sono e non vorrei
essere, come Cacciaguida nella Divina Commedia, una “luadatrice temporis acti",
eppure, a volte, quando come oggi mi sveglio all’alba e ripenso al bel passato
di bellezza che circondava la vita mia, quando, mettiamo, dovevo andare a far
da cronista alla presentazione di un bel volume della Marsilio che raccontava,
diciamo così, vita, morte e miracoli dei collezionisti veneziani del
Cinquecento, gente piena di buon gusto che in casa teneva, sì sì, senza
scherzi, “La Tempesta” di Giorgione, ebbene mi vien su una sorta di magone per
il cattivo gusto e la bruttezza che abitua l’occhio e il cuore al caos e all’insensatezza.
E tutt’intorno sento i lamenti di amici e conoscenti che cercano, nella pace
del mio cuore, un angolo di sereno e di rotondità. Vengono e vanno, in corsa,
senza capire che senza poi l’esercizio ed il discernimento a poco servono le
mie povere parole…
Intanto, nel segreto
mio che palpita, taglio e cucio, in ora et labora, le mie bennibags che se ne
vanno per il mondo, parlando di come eravamo, nell’armonia celeste oramai
messa, da molti, in naftalina. E tutto mi pare come abbassato di tre spanne.
Non ci sono più in giro i Pavarotti. O forse ci sono ma ci sono nascosti,
velati dal torrente di parole quotidiane che, in giri convulsi e ruote di
potere, annacquano la verità, rendendola scialba, come un’amarena fatta con un
goccio di sciroppo e un litro d’acqua vecchia.
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