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lunedì 21 agosto 2017

Polpette al sugo

Una torta di pezza e pizzo fatta da me...
Nei lunghi e caldi giorni della mia estate romana, al mattino presto, quando il sole ancora non dardeggiava nel suo bianco furore, io me ne andavo in giro per la mia Roma amara, come spettinata, dolente e abbandonata a se stessa. Di brutte cose ne ho viste tante, ma preferisco tenerle racchiuse nello scrigno della memoria affinché non contaminino il futuro che spero migliore. E quando, un poco sgomenta, me ne tornavo a casa, ricordavo i Monti miei nei primi tempi del mio trasloco, quando il vociare allegro della romanità si perdeva tra i balconi e, vicini di casa erano sarte e falegnami, gli artigiani insomma di questo, mio, ridente Rione che ora è tutto quanto trasformato dalla modernità in ristorantini alla moda e piccole boutique in gusto parigino.

E presa dalla nostalgia, diciamo così della coda alla vaccinara, mi sono ricordata che, in un libro di racconti sulla Grande Guerra (“La Cocotte) di Federico De Roberto (uno scrittore siciliano che ho letto tutto da capo a piedi) ce n’era uno il cui protagonista, romano de Roma e, mi pare, tenente, parlava di tutto il ben di Dio romano – gnocchi di semolino e pajata  e polpette al sugo - quando non c’era ancora la nouvelle cuisine, i ristoranti si chiamavano osterie o cucine e gli chef erano osti o, perché no, anche cuochi ed avevano tutti un gran pancione. Il nostro tenente finì per meritarsi due medaglie, diciamo così anche per colpa della gola e della fame degli austriaci che mangiavano, meno e più, pane di stracci, poveretti… Roma era Roma, nelle descrizioni succulente del tenente e splendeva come fiamma accesa, colorando d’amore il bigio presente… E così, per riconoscenza, ho finito per riprendere in mano “I Viceré” (un romanzo, secondo me, strepitoso, che lessi or sono molti anni) e mi sono immersa nelle storie degli Uzeda di Francalanza, che sono storie nostre, tutte italiane anche se sono siciliane…

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