Ragazzina, sui quattordici anni o giù di lì, trascorrevo le vacanze di Natale a Piancavallo, ospite - io, senza famiglia - di un'amica di mia madre che aveva tre figli suoi e io, in più, per una quindicina di giorni. Il figliolo era Giulio Cesare, ma detto, più modestamente, Gigi e le figlie, una per me troppo grande e l'altra, invece, troppo piccina, erano Lara e Chiara. Sucché non stavo con nessuno dei figlioli della Ginni, perché tutti e tre erano, come ho già scritto, o troppo piccoli o troppo grand, ché mancava, per me, la misura mediana, la quale, a pensar mio, ero proprio io. E così sciavo in solitaria, nella gioia tutta bianca di quel gelo amico, fatto di alti monti che mi salutavano con una riverenza. La sera, a volte, con qualche compagnetto di corso di sci, mi ritrovavo in sala giochi dove respiravano da poco gli antenati dei giochi elettronici di oggi. Ed era, per me, gioia grande, pestar sul tasto e giocare al ping pong sul video, ma ancor più bello, e lo ricordo ancora, era uscir a notte alta, forse alle dieci, nel bianco della neve, e respirar le stelle...
Con i figli della Ginni, no, ma a Pordenone, quando scendevamo, per dire una giornata a comperare non so più che cosa, passavo il pomeriggio col figlio di un'altra amica di mia madre (anche lei amica della Ginni), che di nome faceva Giacomo, ma era per tutti Orso. Non so neanche oggi, che sono donna fatta e punto stupida, perché i fratelli lo chiamassero così, perché per me Giacomo non era niente affatto Orso e, da piccolini, lui e io, avevamo passato pomeriggi interi a correr sul triciclo, come Gimondi e Bartali, nell'infinita terrazza sua della villa di Marsure (ché solo il nome mi pare già une bellezza in lontananza...) e poi a mangiar le merende della Maria che camminava piegata in due, come a squadra, ma era, nonostante i panni neri, tanto dolce e cara da parere fatta tutta quanta di zucchero. Di sera, la cena era un mal di pancia. C'era una minestrina con dentro tanti pezzetti di polenta e poi la lingua salmistrata e mi pareva che il bue del presepio avesse fatto una linguaccia e qualcuno, pronto, zacchete gliela avesse tagliata via e servita viva nel mio piatto... Non era Orso, niente affatto, Giacomo. Un pomeriggio a chi gli chiedeva se aveva piacere che restassi con lui un pochino, rispose, in cantilena friulana: "Non intriga mica, la Ester..."
martedì 30 dicembre 2014
domenica 21 dicembre 2014
Buon Natale, sotto il cielo stellato di Betlemme
Di bennibags, in questo Natale che, per me, è arrivato domenica per domenica, nell'avvento dei bei ceri accesi, ne sono state, diciamo così, liberate assai e mi pare, un poco, di sognare al pensiero che a farle tutte quante (di tanti pacchettini che ho fatto) sono stata proprio io, io che per trenta e più anni ho soltanto usato le mani per pestar su tasti di macchine da scrivere e poi pensato e poi scritto pezzi bellini o anche no per quotidiani e mensili e anche settimanali. Ora et labora, mi dico, nel silenzio mio foderato di preghiera, mentre l'allegro piedino della mia Necchi bianca corre, nel suo rotondo su e giù, sui margini dei tessuti fioriti che sono anima del mio cucire. Ed è nella loro pura bellezza che ritrovo, nel baciare l'armonia delle fantasie, quel cosmo rotondo che mi arde dentro. Ecco, son le bennibags respiro del mio cosmo e, a modo loro, se ne vanno per il mondo regalando un poco di me e del mio lungo cammino ad altri viandanti che, come me, se ne van da soli picchiando all'uscio della verità celeste... nel mondo, io, ma non del mondo.
E mentre penso tutte queste cose, pestando ancora una volta su tasti che portan sul dorso le lettere dell'alfabeto, sgorga in me l'augurio a tutti voi di un buon Natale, sotto le stelle di Betlemme, nella contemplazione silente e lucente del Bambino che nasce; e noi, lì pure, come pastori e angeli insieme, nel respiro del mistero.
E mentre penso tutte queste cose, pestando ancora una volta su tasti che portan sul dorso le lettere dell'alfabeto, sgorga in me l'augurio a tutti voi di un buon Natale, sotto le stelle di Betlemme, nella contemplazione silente e lucente del Bambino che nasce; e noi, lì pure, come pastori e angeli insieme, nel respiro del mistero.
mercoledì 17 dicembre 2014
Il mio stanzino d'oro
Custodisco, in un sacro
recinto nell’anima, un fuoco acceso sempre che mi fa sentir al caldo anche
quando fuori il grigio par che mangi il panettone e la speranza; custodisco,
dentro di me, il fuoco della Dea Vesta, sacra ai romani di cui, senza
meritarmelo, possiedo non so come un’antica memoria, come di sorellina minore;
custodisco questo bel fuoco e anche una stanzina d’oro, foderata di piuma d’arazzo
a fiorami, tessuti da mani d’angelo, dove vivono, vere e lucide di vita, le
scrittrici che sono state, cuore a cuore, anima ad anima, con me, in questo
lungo cammino cominciato ai piedi dell’Aventino e proseguito, di qua e di là, e
poi, in riposo lucente, nel Rione Monti, dove, felicemente mi stringe l’abbraccio
dei serpenti miei… In questo stanzino d’oro, dicevo, trovo Katherine e Dolores,
ed Elsa e anche Edith e Jeanne e Kate e altre che amo. Converso con loro, a
sera, quando al pari di Machiavelli, smetto i panni quotidiani di madre e di
sposa per donarmi, felice, al loro abbraccio.
Apro di rado la
porticina di questa mia segreta stanza perché, di rado, trovo sorelle nella
scrittura che, lucente lei pure, deve esser, per me, specchio della vita e carne
di verità. L’ho aperto, il mio usciolo solenne, per Bruna Cordati che mi ha,
diciamo così, presentato Michelle della Librinecessari. E ora anche la Bruna e
i suoi ricordi in danza, nella Pisella viva anche in me, come doveva essere in
lei, respira nel mio stanzino d’oro. “Il Paese di Pietra”, l’ho appena finito e
in questa lunga sera, in tempo d’attesa viva per il Bambino che nasce,
comincerò, felice, un nuovo libro di lei, dono di Michelle: Barga: il ricordo e
il racconto.
lunedì 15 dicembre 2014
Ricordando Sofia Scandurra
Un due giorni fa, mi
pare, andavo al trotto a fare i casi miei a Via del Corso e mentre camminavo,
mulinando il mio pensiero in alto, lungo la gran strada che è lata di nome e di
fatto, gli occhi vanno proprio al cielo e vedo - e mi ferisce alla maniera di
un coltello - le decorazioni natalizie che fan da soffitto all’asfalto: più brutte
e infelici e tristi di così non si poteva fare! Sono tante bandiere, in luce
colorata, che fanno, lassù, una specie di autostrada colorata in gusto
messicano, svedese, portoghese, che toglie fiato al firmamento e non celebra né
il Natale del gran Babbo bianco e rubicondo (che non amo) né, tantomeno, il
Bambino che nasce sotto le stelle soltanto, nel silenzio dei pastori in veglia,
nel coro angelico del paradiso ritornato in terra. Per me è quello il Natale,
nel silenzio ritrovato dell’anima che prega e che, pregando, ritorna nel
mistero grande che, come il manto della Madonna, ci avvolge tutti quanti…
Stelle e cielo soltanto, non certo bandiere colorate.
Con questa premessa
fatemi dire anche che sono stufa morta dei film che han per protagonisti serial
killer e assassini e criminali di ogni sorta e Paese e dunque, alla sera,
preferisco starmene con la mia Katherine oppure con la Dolores, oppure ancora
con altri amici che ho scoperto e scopro nell’incanto di ritrovar fratelli.
Ieri, invece, di fronte alla televisione accesa, cerco e ricerco e passo da un
canale all’altro finché per caso, su Sat 2000, trovo, proprio all’incomincio,
un film in bianco e nero che racconta la storia di Santa Rita. E a dirigere il
lungometraggio (che ho visto ed ammirato tutto quanto, nella semplicità serena
e profonda dei fotogrammi) è un certo Leon Viola che per me, pur non essendolo,
è di famiglia. E ho gocciole agli occhi perché, e non dico il motivo, mi viene
in mente Sofia Scandurra, da poco volata in cielo, che era regista, mia parente
e una donna, diciamo così, fuori dal comune. Non come Rita, vabbè, ma a modo
suo, un cuore grande…
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| una bennibag colori cielo per augurarvi buon Natale, nell'azzurro stellato del cielo di Betlemme |
sabato 6 dicembre 2014
A little meeting
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| Chiamo queste due bennibags "cinesi" perché sono state comperate da una cara amica cinese che saluto da qui |
Al numero 34 della Via
Gregoriana in Campo Marzio, voluta da Papa Gregorio XIII per far salire i
romani fino alla Trinità dei Monti e anche, vivaddio, al Pincio, ieri e per
tutto il giorno, sono ritornata, con gioia, come a scuola per imparare che cosa
sono i social network (io che li mastico a fatica) e come fotografar meglio le
mie bennibags (io che a ogni scatto sudo freddo e mi sento come un elefante in una boutique),
per conoscere il bel mag online Cosebelle e per scambiare qualche idea con
altri (quasi tutte altre) che, come me, amano cucire, far figurette in Fimo,
lavorare a maglia o all’uncinetto, realizzar gioielli e mille altre artigianalità
che non sto qui a elencare. Dunque, eccomi lì, in veste di “signora bennibags” all'incontro che non a caso di chiama “A little meeting”, organizzato (con brio e professionalità da Cristina e dalle sue ragazze in fiore) dal bel sito internet http://www.alittlemarket.it/landing.html (dove
ho aperto il mio negozietto online); eccomi lì, una tra tante, a prendere appunti dai
relatori, tutti giovanissimi, e in grande sprint, luci dell’alba della
rinascenza in questa Roma un poco cupa, nonostante il bel sole mattiniero, una Roma amata, ma ancora
sgomenta per i tanti scandali che deve subire. Mi illumina il fotografo
Francesco Ormando, che ci ha insegnato come la fotografia (che, come si sa, è
parola greca) è disegno della luce e più luce c’è, prima si scatta, dopo aver
bilanciato il bianco per evitare che tutto sia arancione. Mi illumina, dicevo,
quando dice che una foto racconta una storia. Eh già, ha ragione lui, e mica
servono, come pensavo io, solo le parole… Una storia la racconta anche Enrica Crivello,
social media manager, deliziosa nella sua grazia tutta femminile: la storia di
una signora bennibag xyz che deve imparare a usare Facebook e Instagram per vendere le
borsette sue nel mare magnum del web. Ora, tornata a casa, mi pare il tempo
della mietitura. Non so bene che cosa ne verrà, ma un grazie lo spendo perché
ieri, se non altro, mi pareva di essere tornata al Mater Dei e saluto, da qui, tutte le creative presenti che, a modo loro e senza saperlo, sono state, nel sorriso ironico del
dopopranzo, quel che erano a suo tempo, per me, Francesca, Lydia, Valeria, nel
mio tempo perduto, al Mater Dei in Piazza di Spagna, a un tiro di sasso da Via
Gregoriana…
venerdì 5 dicembre 2014
Con tanta simpatia
Di fronte al Quirinale,
ben pettinati e tutti verdi (come si conviene in una Capitale Caput Mundi) dopo
una messa in piega dei giardinieri della Capitale, ci sono i Giardini di Sant’Andrea,
dove portavo, piccino, chi so io e dove mi sono ritrovata, ieri mattina, seduta
su una panchina bigia che si appoggia quasi al parapetto che si sporge su una scalinata la quale portava, un tempo – mi pare di ricordare – a Palazzo Pallavicini, a dare una
delle mie english lessons che servono, sì, a rinfrescar la lingua di
Shakespeare, ma, a modo loro, sono un bagno nel fiume, dove tutte le lingue si
ritrovano sorelle, in un indoeuropeo che rinasce, in un verde andare.
Insomma siam lì io e la
mia cara amica Bi, che ha bisogno di rinfrescar quel tanto che ha imparato in
anni e anni di studio e, mi par di ricordare, che siamo al punto di parlar dei
giorni della settimana e di come mai portano quei nomi là or son millenni,
quando, d’un tratto, dalla discesa, ecco comparir, libero e selvaggio (ma
seguito dalla sua padrona) un cagnolino di pelo lungo e color cioccolata al
latte. Cammina e ha la stessa identica tale e quale codina del mio Mecki, che
sembra uno spruzzetto d’acqua sorgiva in un balzello di zampette andanti. D’un
tratto, il cagnolino balza su per le scalette di cui ho parlato prima e si
infila lungo il parapetto e, zitto zitto, eccolo accoccolarsi proprio dietro al
collo mio, al punto che sento il suo fiato sulla pelle e mi sta a mo’ di
sciarpetta calda. La padroncina ride e ridiamo anche la mia Bi e io, ma in me,
che sono poliglotta, si accende la lingua dei quadrupedi pelosi e, senza parlar
forte per non disturbar chi mi sta intorno, faccio anche io, come faceva Mary
Poppins nel parco con i piccoli Banks, gli dico, insomma, che è un bel
maleducato e che, via, per cortesia, il mondo è grande e bisogna saper occupare
il proprio posto. Evvia. Scusandosi il mio garrulus quidem si sposta vivaddio e
ci salutiamo, lui e io, con molta simpatia…
mercoledì 3 dicembre 2014
Natale a San Giuliano
Con il sole ancora in
camicia da notte e il cielo a sbadigliar il celestino dell’alba, pigiati noi cinque
sul sedile di dietro della Peugeot color vinaccia di mio padre, tutta la
famiglia Ponti partiva, ogni santissimo Natale, per San Giuliano, che è ancora
oggi appena fuori Pordenone. Ci aspettava, che gioia, il casolare rosa cipria di
nonna Stella, dove il pensiero si faceva poesia e le cose non erano più cose,
per me, ma sogni, in quella placida e nebbiosa pianura friulana che respirava
il suo tenero quotidiano nella brina invernale e nella mia anima bambina.
Il viaggio era lungo e cominciava sul grande
raccordo anulare dove mio padre, alla guida col suo bel cappello in testa,
sacramentava sempre per il traffico o perché mia madre aveva dimenticato di far
timbrare i buoni benzina che, per noi piccoli Ponti, erano aramaico fritto, ma,
per lui, roba serissima. Si imboccava poi l’autostrada del sole che correva,
nel sole appunto, lungo tutto lo stivale. Giunti a Bologna, il cielo si
incupiva, indossando il suo bel tabarro nero e, all’altezza del Pian del
Voglio, mio padre, cascasse il mondo, minacciava di depositare i gemelli e
forse anche noialtri, più piccolini. Da Ferrara in poi, a turarsi il naso per l’odore
nauseabondo delle marcite, mentre, la pece della notte diventava arlecchino nei
colori delle lampadine natalizie che ingentilivano abeti e, in festa di
ghirlanda, i balconi delle case. Per Marco e per me, un gioco nel contare
questi e quelli, dando un punto all’albero e mezzo al festone natalizio. Gli
occhi, poi, si facevano pesanti e noi nel sonno finivamo il viaggio. Poi, in un
fiat, ecco la macchina salire l’ingressetto di ghiaia di casa della nonna,
schiacciando con le gomme i bianchi ciottoli di Pollicino, con un rumorino che
dimenticare non posso mai. C’erano poi gli abbracci della nonna, della Lilli e
gli zompi di Pippo, il cane di famiglia. E ora sapete perché, quest’anno,
quando mia madre mi ha domandato che cosa volevo per Natale, se soldi o che, ho
risposto, come Bella e la Bestia: “Solo un qualcosa che sia nato a San Giuliano…”
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