So ancora a memoria, oggi,
che di anni ne sono corsi via nel vento a manciate e a mucchi, i nomi in ordine
alfabetico dell’appello di classe mia all’Istituto Mater Dei. Le compagne,
tutte quante, le ricordo. Alcune perché mi sono legate al cuore per motivi
diversi, e ognuna a modo proprio; altre perché erano il corteggio di quei miei
anni verdi e ancora adesso ricordo, freschi, i capelli rossi di Sveva e quelli
biondi biondi e lunghi lunghi di Giada e la lunga (anche lei) coda di cavallo,
color nero seppia, della Palombani e come la Migliorati avesse i capelli tanto ricci che, pur tirati con forcine e
mollette, se ne restavano a far pieghette come le ondine al mare quando spira
la brezza e tanto neri da parere di color turchino. C’era la Tammesi, lunga
lunga tutta quanta, con gli occhialoni rotondi e c’era la De Luca, piccola, con
gli occhi celesti sparati in un visino di cera e c’era la Tobini che parlava
sempre in un su e giù di sciocchezze al vapore acqueo…
Mi sono ritornate vive,
in mente, tutte quante, con la simpatia che si cova con l’ovo della giovinezza
perché l’altro ieri o forse lunedì ho incontrato per la via una delle tante,
non più in divisa, che non vedevo da anni e mesi e giorni da farci su due chili
di calendari scritti fitti. L’ho vista da lontano e lei me e, indecise se
avvicinarci oppure no, con l’occhio sospettoso nello squadrare slabbrature dell’età,
ci siamo salutate da lontano, nel brillare degli occhi accesi. Ci siamo
salutate appena, nel timore di ritrovarci diverse e non più quelle di allora,
stirate nella divisa bianca e blu, il basco come un’aureola d’ordine antico. E
mentre me ne andavo via, un poco a capo chino, nel ricordo acceso e subito
rispento, mi sono sentita prendere per un braccio e: “Ponti: eri il numero 18 e
io l’8…”. E insieme, lei e io, abbiamo recitato la preghiera dell’appello che
tutti i giorni ci salutava in classe…
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