Cammino giù dal
Laterano lungo la Via di San Giovanni nel fresco ritrovato del venerdì sera,
con un ponentino dolce e amico ad accarezzare i capelli; cammino – dicevo – e tutta
quanta, nel pensiero e nella pratica, presa da certi problemi che terrò per me
e che mettono troppo sale nella zuppa, disturbando il quieto quotidiano, nella
spina del mondo che punge. Cammino, insomma, e non mi accorgo di un certo
signore che mi si fa dietro e poi davanti e, fermandosi di colpo, mi fa: “Lei
ha proprio bisogno di un caffè”. Lo prendo? Non lo prendo? Il signore, con un
testa un caschetto di capelli bianchi pare Ponzio Pilato nel “Maestro e
Margherita” e mi pare, nell'infinito dei giorni, di averlo famigliare...
No grazie, rispondo e
torno a camminar per la mia strada, mentre quello seguita a seguirmi e mi sento
gli occhi di lui sull’ali e mi verrebbe voglia di girarmi e chiedergli che
altro vuole visto che il caffè lo può prendere benissimo da solo in un baretto
appena trascorso sulla sinistra della strada. Sto per farlo quando lui,
tornandomi in corsa davanti, mi indica lontano, a sollevar lo sguardo, sullo
scorcio del Colosseo, un cielo incendiato dell’oro del tramonto e più in alto,
nel vuoto che si eleva tra i Fori Imperiali, vedo comparire un angelo tutto
nero che è poi la Nike alata del Vittoriano, ma da qui pare solo un angelo di Dio, in controluce, nell’oro
del sole che, piano piano, dopo il fuoco del giorno, parte per visitar l’altro
emisfero, salutando, per me, Jane e Janet e anche Nick ed Edward. “Un angelo…”,
balbetto, ma il mio Ponzio Pilato non c’è più, se ne sta seduto su una sediola
rossa, in un baretto che è anche lui seduto di fronte al Colosseo e sollevando
la tazzina di caffè, vedo volare altri angeli, angeli sulla mia strada…

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