Io, quando passeggio
per le ampie strade piemontesi dell’Esquilino, mi sento a casa e ritornata dopo
un viaggio, che ne so, in Madagascar, con la voglia matta e tanta di mangiare
pasta al sugo rosso, in spolvero di parmigiano. Ci sono i negozi da visitare,
dove comprare questo e quello, botteghe che mi sono famigliari come le tasche
del grembiule al Mater Dei. C’è Regoli, la pasticceria (che per me è tra le più
buone di Roma e non solo per me) dove compro e mangio un certo bignè alla
nocciola che ha per cappellino una copertura di glassa tanto buona che pare di
affondare i denti nelle nuvole del paradiso.
C’è Mas, dove acquistavo a volte (ora non più perché il magazzino è in
smobilitazione e pare un suo cugino dell’Unione Sovietica…) le stoffe per le
bennibags. Ci sono i negozietti dei cinesi dove si trovano a poco prezzo
uncinetti e fili colorati e i ravioli congelati e anche i quaderni. E c’è il mercato dove, al mattino presto, trovo nei banchi miei, che
sono segreto di vestale, aranci di Sicilia, dolci come il miele, e le verdure
dell’orto e certe noci americane che dentro sono tanto grasse e morbide da far
invidia alle odalische nell’harem…
Sì, mi piace
l’Esquilino che non ha perduto ancora quel certo non so ché di umano che non
trovo più neppure ai Monti, mangiato oramai dalla movida di birra e confusione, perduta per la via la
fragranza (che conoscevo) delle tante botteghe di falegnameria dove respirare
come in un bosco, nel legno buono, dei picchi cittadini. E proprio ieri
passeggiavo nel cuore del giardino di Piazza Vittorio ed ecco, vivi e veri, di
nuovo i Del Lago che abitavano, lo ricordo bene, proprio in testa a Mas.
Eccoli, i Del Lago: madre e padre e tre figlioli, che stavano uno ciascuno in
classe mia, di Marco e di mia sorella. E, vi giuro non so come, mi sono
ricordata il loro numero di telefono che era una festa di sette, di otto e di
tre, stirati in modo da sembrare in danza. E mentre ripetevo tra me il numero ancora e ancora, c’erano di nuovo loro, tutti e
cinque, seduti su una panchina, come in un dagherrotipo di cent’anni fa…
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