Per tre mattine filate,
seduta tra tante mamme come me, me ne sono stata buona buona ad aspettare, in
fila, il turno mio per parlare con i professori del mio Lorenzo, che, in grazia
di Elisabetta (tecta lege, lecta tege), se ne va nel libero pensiero suo, per
le strade del mondo e lungo la scala d’oro della consapevolezza che è mia e di
tutti se solo lo si volesse. In oro acceso, lo osservo, nel candore della
salita, e mi par di vedere nei suoi passi d’angelo, quelli del sole nascente,
quando il cielo d’arancia, a Cala dei Gigli, vestito a festa, nel balzo del mattino presto, sembrava
innalzarlo in gloria, come fa il sacerdote con l’ostia durante la liturgia
eucaristica…
Lo osservo, il mio
Lorenzo, il futuro di questo mio Belpaese vestito d’Arlecchino, in toppe e
stracci com’è (ma sempre il più bello del mondo), e, in sorriso (come risorta
nella speranza), faccio lo stesso con i
ragazzi che vengono da me a sbocconcellar di inglese e di latino, a volte
sbadiglianti, a volte invece no. E non è solo la perifrastica passiva, non
soltanto nolo e volo e malo che imparano da me, pur non sapendolo, ciechi
ancora ma vivi. Nel rosa rosae, ritrovano, inconsapevoli, le radici dei luperci
che tornano verdi e forti nell’acqua (mia e loro) di Santa Caterina. Nelle radici ritrovate, il voto è il fiore che
inevitabilmente sboccia quando la terra è buona e santo il nutrimento. Non
cras, hodie, come sa bene Sant’Expedito che sotto il piede schiaccia il corvo, che gracchia, appunto, il suo cras cras del domani. E’ nell’oggi il sugo, ora il carpe diem.

ne conosco uno, pare, ricciuto, quasi un cherubino troppo cresciuto =)
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