Mia madre, ragazzina,
era alta una pertica e bruna e ricciuta e ombrosa e di spine per via della
statura che una come lei di certo non la mettevi punto in tasca e alle foto di
classe la schiaffavano sempre all’ultima fila, con la scusa dell’altezza,
mentre le compagne – compresa la Sissi, gambe all’indiana, che era sua cugina -
piccole italiane e vezzose nei fiocchi bianchi che portavano, allora, allacciati
sul lato destro, tra i capellucci biondi e di seta, tagliati a cascolino. E
quanta grazia e quanto amore metteva nonna Stella a pettinar la Sissi, che era
tutta quanta stirata nella delizia e piccola tanto che la potevi mettere in una
canestra e lasciarla penzolare all’ingresso a chiacchierar con passeri e
fringuelli!
Mia madre, in silenzio,
subiva quelle sedute amorose e di pioggia e di sassi era il suo umore, protetto
dalla maschera del sorriso. Anche a lei, certo, nonna Stella aveva sistemato il
fiocco bianco proprio sull’orecchio, poi, però, si era allontanata quel tanto
che serviva a prender le distanze dall’effetto materno e, scuotendo il capo, lo
aveva tolto in un fiat, mormorando qualcosa che mia madre non udì. Non stava
bene, no, quel candore tra l’ali di corvo sue e nonna Stella che aveva sangue d’artista
e poco inzuppato di filosofia, invece di far di necessità virtù per non appozzare
la figliola, aveva fatto piazza pulita e che non se ne parli più. Via, un
baciccia, perché il silenzio torvo della poverina parlava più di una campana a
mezzogiorno. Finché un pomeriggio, un pomeriggio d’oro e di sole, non venne il
cugino Gustavo a rovesciar Napoleone. Vide la Sissi con il gran fiocco e le
soffiò in faccia: “Ma che c’hai, che t’anno messo sull’orecchio, mi sembri una
bella scema!” Il fiocco si fece musone e sciolto dalla Sissi finì lombrico a
terra. E i tre cugini, alti e bassi, via per i campi, tra i vitigni e il mais…

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