Nel bel mezzo di un
placido pomeriggio festivo, mettiamo di sabato scorso, mi viene la smania di
abbracciar con gli occhi un quadratino di verde, due alberi, che so, qualcosa
insomma che mi ricordi, seppur cittadina come sono (mio malgrado), che calpesto
ancora a piedi nudi la nuda terra, che sono ancora una piccola parte di un
tutto che mi trascende e palpita, nel fuoco, dentro di me. Così spinta da
questo bisogno che è fame e sete insieme di verità, esco e giro per il mio
Rione Monti in cerca dell’erba che mi sfami. E prima provo a Villa
Aldobrandini, il mio rifugio nel nido di palme e aranci che sventola sereno
sulla folla pazza di Via Nazionale. Ma è chiusa la villa, per un restauro e
speriamo che serva perché non c’è niente di più triste, per me, che veder la
villa sbrodolata di cartacce e bottiglie di birra vuote nell’incuria quotidiana
che la divora. E qui, mi fermo per un minuto di raccoglimento chiedendo a
qualcuno che mi aiuti a salvarla; io, per me, sono pronta con le ramazze…
Ma andiamo avanti e
proseguo verso i Giardini di Carlo Alberto (per via della statua equestre del
re sabaudo divenuta negli anni più che
mausoleo, palestra di giochi per bambini) che sono sentinella al gran Palazzo
del Quirinale dove vive uno solo che non è Papa e non è Re, ma è Presidente e rido
tra me perché cambiano i nomi nel mondo, ma la sostanza mica per nulla… Ma che
sorpresa, sono chiusi anche i Giardini di Carlo Alberto e dovevano riaprire (c’è
un cartellone grande e grosso e pieno di nomi e cognomi dei responsabili
impuniti) in maggio e invece sono chiusi ed è già quasi novembre. Ancora,
andiamo, andiamo. Eccomi ai Giardini di Sant’Andrea, dove portavo Leonardo
bambino e quanti ricordi accendono! Come? Cosa? Chiusi pure loro e non c’è neppure
un fischio, un rotolino di spiegazione… Chiusi e marameo. Vabbè, torno sui miei passi, demitto
auricolas, e proprio mentre sto attraversando Via Nazionale, vedo in lontananza
due pini d’Aleppo sventolarmi nel ricordo dell’anima accesa. Arrivo, arrivo!
Sono i pini che ornano l’arcigno palazzo del Viminale ed è lì che mi rifugio
per fotografar col cuore il verde mio interiore. E siccome la natura, nella
persona una e trina della Provvidenza, ha sempre un regalino per chi bussa alla sua
porta, li vedo, li vedo! Sotto al palazzaccio bianco, a destra e a manca, ci
sono tanti melograni verdi di fronde e carichi di pomi aranciati e rossi e d’oro.
Melograni d’abbondanza che paiono chiamarmi: coglimi, coglimi. Ma nulla, mi
limito a bearmi di loro ed ecco, nel ricordo, uscir dal suo cappello a cilindro
un certo signore dagli occhi turchini che, a ogni visita romana, mi recava i
melograni del suo giardino. In regalo mi portava i melograni e la sua risata
allegra e turchina…

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