Le sorelle Parrot erano quattro, tante quante le March delle Piccole donne. A noi Ponti, per il ghiribizzo verde del destino, era capitata Rose, la numero tre,
sfornata exprés in Irlanda con gli occhi color vestito di folletto, i
capelli rossi e una sgrullata di semmola a ricoprir la pelle di
latte. A Dublino, in casa Parrot, seduta su due piani, di moquette, ninnoli e vetri, con il giardino sulla schiena, conobbi altre due sorelle Parrot: Sarah, alta taciturna, inamidata, volava con l'Air Lingus e Tonia, corvina di occhi e di capelli, sposata,
aveva, lei sola, una bambina: la quinta Parrot. La secondogenita, Alison, non la conobbi mai: era suora a Crookwell in Australia.
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| Uno scorcio della villa di casa dei Gigli |
Un ricordo picchia alla porta e corro ad aprire. E' settembre, in cielo una corrida di nuvole basse, come bagagli di Saturno. Tutti i Ponti, compresa Rose, si va a cena alla Tombola a Vaccileddi. Come si fa, come non si fa: nelle macchine non c'è posto per la famiglia al completo. No problem per la Rose. Via, con il suo pink parasol, la gamba lesta degli antichi celti a rincorrere il sole. Va bene, va bene, poi, gli altri tutti dentro. La pioggia, dispettosa, prese a picchiar sui vetri, un respiro più tardi. E mentre le automobili mangiavano la strada bianca che portava all'Orientale sarda e al ristorante, da lontano, ecco Rose, una nuvola rosa tra il grigio del cielo e il candore della via. Quando si schiacciò tra me e Virginia sul sedile di dietro, lo giuro, era bella e asciutta...

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