Settembre danzando,
incoronato di pampini e viole, inseguito da Dioniso e Pan, rinfresca l’arietta
romana bionda, di spighe mature, nella gioia del vento; nel cuore sento una
felicità nuova, di timido autunno, che par salutare da riva l’agosto di foco,
esule in una santelena perduta nel nostro tempo in fuga. Settembre: è tempo di uscire! Eccomi, turista
per gioco nella mia Roma Eterna che amo. Insieme al figliolo - che mi segue
nelle passeggiate romane con l’entusiasmo spento dell’adolescente annoiato – scendo
giù per la scalinata di Magnapoli, percorro la Piazza Venezia per perdermi
prima in Via della Gatta e poi in Via Pie’ di Marmo. E ancora ancora, cammina
cammina, costeggiando il dorso del Pantheon fino alla piazza di Sant’Eustachio
dove regina, lassù, è la lanterna bianca del Borromini che pare una trottola di
nuvola e panna. Via, via, proseguiamo al balzo fino a Piazza delle Cinque Lune
dove ci attende, deserto, Palazzo Altemps, che è ora un museo. Siamo noi due
e pochi altri (americani) perduti tra
Pan, Apollo, Elettra, Oreste, in quelle stanze che un tempo furono dimora
augusta di cardinali, i quali trovavan, scavando, tesori antichi che divenivano
delizia per gli occhi nelle ampie sale…
| La gatta di Roma, anche lei trovata tra i resti dell'Iseo Campense |
Ci sono teste su busti, tante,
di marmo, con occhi cavi che pure sembrano dire la loro ancora oggi: Cesare, Vespasiano
(oh quanto amo questo imperatore sabino che aveva lo spirito e la lingua pronti
alla risata!); e ci sono corpi interi, spalle e gambe e panneggi e tutto il resto come imparavo nei libri di storia dell'arte. Tra tutti, un Dioniso che doveva esser
d’oro perché gli restano, qui e lì, sulle spalle e sul collo, certi granelli di
porporina, come se il Dio, nottetempo, fosse sceso dal suo piedistallo per
andarsi a bear su una spiaggia al chiaro di luna e la rena, dispettosa, gli
fosse rimasta addosso come il ricordo di una marachella. Ci sono capi e ci sono
piedi. I piedi di Iside infilati in due eleganti infradito e un paio di piedacci neri, lunghi così, in un passo egizio, quel che resta di una
statua dell’Iseo campense. Sono lì, con Leonardo, a guardare quei piedi neri,
quando ecco avvicinarsi un tipo lungo, tutt’occhiali, con i capelli di
ragnatela. Mi guarda, ci guarda e poi, in americano miagolato, mi fa: “Lo vede,
lo vede quel piede? Ha l’indice più lungo dell’alluce, come me”. E, senza
scherzi tira su un piede, il suo, calzato in un sandalo francescano e lo mette sotto al
naso a me e a mio figlio…
Una risatina per Leonardo annoiato...era nero quel piede? Buona domenica Rita
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