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| Ecco un pezzo d'acquedotto romano: lo vedo, o meglio lo ammiro, ogni volta che vado a far la spesa al Dico che si nasconde dietro la Casilina |
Scendevo durante una
delle tante mie passeggiate sabine, lasciandomi alle spalle Grotta scura - che
apre le fauci nere ai piedi di Castelnuovo di Farfa baciato dal sole - verso il
Ponte romano, dove il Farfa fa un gomito gentile e si fa dolce piscina d’acqua
gelata. In gola la fatica, in spalla, lo zaino, ai piedi le scarpe da
ginnastica, in coda, il marito il bel figliolo e Marco con i suoi bei ragazzi,
a me cari, che oramai sono brasiliani. Scendevo, dicevo, attenta a
non scivolar sulle polle d’acqua sorgiva, rinate per l’autunno, di un
ruscelletto che sgorgava da chissà dove; gli occhi a terra, intorno le foglie colorate d’arancio e di giallo che vestono gli alberi e l’ottobre
d’incanto. Scendevo, tutta in me e tutta quanta in quella natura che pareva
dormire in un sonno beato e grande di consapevolezza. Sono già sul ponte e lo
attraverso, sola, diretta verso l’antica mola del mulino, grande come un sole nero, che resiste, prezioso, a pioggia e neve. Di corsa, arrivo, sicura e danzante. Mi
attende una sorpresa, un dono degli Dei: un serpente grande, giallo, arrotolato
nelle sue spire dorme, giro giro, proprio sulla mola nera. Lo guardo come si
guarderebbe una visione, come se Ermes avesse liberato uno dei serpenti del suo
caduceo e lo avesse indotto al sonno, come faceva con gli eroi affinché
dimenticassero gli affanni del mondo e le numinose visioni dello spirito… Il
serpente si sveglia, srotola le spire, via verso il verde del fiume e io, da
sola, nella visione; me lo sono portato a casa, il mio serpente, e l’ho
ritrovato, giovane, eterno, nel suo cerchio perfetto, in una statua di Iside,
al Museo Altemps. Era lui e mi sorrideva.

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