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lunedì 21 ottobre 2019

Padre Ioda

Sul lato destro di Via Panisperna, dando le spalle allo splendore di Santa Maria Maggiore, c'è una Chiesa bellissima che apre il suo ingresso laterale, appunto, sul saliscendi del panis et perna (cioè del pane e prosciutto) e la principale lungo la Via Mazarino. In questa chiesa riposta, solenne nell'ombra sua basilicale, intitolata a Sant'Agata dei Goti, vado spesso alla Santa Messa, anche per ascoltare le omelie di un Padre stimmatino che si chiama Padre Aldo che ha molti anni e, per come lo vedo io, è un maestro spirituale di prima grandezza. Ed è per questo che, scherzando, io lo chiamo, a volte Padre Ioda...
A lui, una mattina felice, ho portato una copia del mio "C'ero una volta" e lui, con un sorriso, lo ha accettato. E deve averlo letto con attenzione perché la sua "recensione" tutta particolare mi è arrivata per gradi. Una mattina, mi ha chiesto: "Dove va di bello, in compagnia soltanto del suo respiro..." Una citazione e un sorriso mio e suo, in scambio di muta verità. Poi, una decina di giorni dopo è arrivata, in sorriso di cherubino, la recensione vera e propria. E ha detto, e riporto qui fedelmente le sue parole che mi hanno fatto cantare il cuore in gloria. "Quante cose interessanti qui intorno!", riferendosi alle tante chiese, poco note, e le curiosità romane che racconto nel libro. Poi: "E che divertimento le parentesi..." Si riferisce alle piccole grandi storie tragicomiche che sono incastonate nell'andar mio virtuoso letterario. Infine, dopo una pausa: "E anche le cose mistiche: sono tutte giuste!" E, ieri sera, dopo la Santa Messa, ha aggiunto, raggiungendomi in fondo alla chiesa col suo sorriso serafico: "L'aggettivazione... la sua aggettivazione, la definirei incantevole". Le recensioni stirate sul mese di Padre Ioda sono proseguite qualche giorno fa quando, uscendo dalla mia messa mattutina (alle 7 e 10) mi si è avvicinato con quel suo andare morbido e, occhi ridenti negli occhi ridenti, ha detto: "Una sola cosa le devo dire. Io, da giovane ho vissuto in Friuli!". Sì, sì, una cosa sola e definitiva, caro Padre Ioda! In grazia, in delizia, nel cammino diritto che seguo, auguro a tutti un buon lunedì o anche venerdì... 

lunedì 14 ottobre 2019

Casper il fantasmino



C’è, sul cucuzzolo di un bel palazzo al rione Monti, un appartamento  arioso nelle sue tante finestre che aprono la porta al sole, elegante nella finezza fiorita della sua padrona di casa, disordinato quel tanto che basta a renderlo affascinante. Io, ogni tanto, per motivi che non sto qui a spiegare, sono lì e mi piace vedere dall’alto la via che è, per così dire, il mio vialetto d’ingresso e che pure, da casa mia, non vedo. La via che ha per cancello, laggiù, gli archi maestosi del Colosseo. In questi giorni, poi, ho un motivo in più per andare e questo motivo si chiama Casper.
Immaginate, dunque, il mio mattino, indaffarato per varie faccende che non sono sugo del giorno e poi, alla pausa del pranzo, seguitemi lungo il corridoio che è ponte tra le due case e le scale che salgono solenni in marmo bianco. Apro la porta e mi aggiro per le stanze addormentate. “Casper, Casper, Casper!” Il mio errare è festoso nel  vociare mio e nei baci che servono a richiamo. “Casper, Casper, Casper!” Chiamo e nulla. Il silenzio m’avvolge come ovatta, la quiete mi innaffia il cuore di serenità. Continuo le ricerche, guardando in ogni stanza, ficcando lo sguardo dietro ogni divano, cacciando le pupille negli angolini più riposti. E nulla ancora. “Casper! Casper!”
Va bene, mi arrendo e mi siedo su un divanetto bianco che guarda in faccia una televisione magra magra e nera nera. Sono lì in attesa e passan pochi secondi e il mio fantasmino arriva, a coda ritta, gli azzurri occhioni in punto interrogativo. Ci guardiamo in tralice. Poi lui leggero, come nuvoletta nel mio sereno, balza sul divano e si accoccola a me accanto. Qualche carezza e comincia il suono del ron ron. Lo accarezzo nel suo bianco splendore e proprio quando sto per sentirmi a casa mia, zacchete, arriva il suo morsetto. Ahia. Mi guarda, lo guardo. E’ ora di tirare fuori il topolino che è in realtà il mio portachiavi…

mercoledì 9 ottobre 2019

Italia mia


Guardo poco o nulla la televisione per motivi che sarebbero tanti da elencare e anche un poco tediosi sicché, liberi tutti. Guardo, dunque, poco la televisione, ma a volte, quando la sera cade e il giorno smuore nella lontananza, con il suo dolce carico di gioie, mi piace sedere di fronte alla tv per “Little big Italy” che racconta la cucina italiana in giro per il mondo. Il conduttore, Francesco Panella, è certo il proprietario (tra le tante) di una panetteria all’Esquilino dove a volte vado ed è una festa per occhi, bocca e naso. Ma avanti. Mi piace, dunque, andare a Lima, a Buenos Aires a New York a vedere che cosa combinano dall’altra parte del mondo con i nostri semplici ingredienti che fan la gola dell’universalità. E anche se non guardo mai il programma fino in fondo né so chi vince e chi no, imparo cose che non sapevo e forse neanche voi.
Ho scoperto ad esempio che i peruviani vanno ghiotti per il panettone e che lo mangiano l’anno intero, producendolo oramai in Perù, copiando noi piccoli così al confine dell’Oceano. Ho scoperto che in Canadà, gli italiani, che tengono caldo il cuore tra le colline  loro tricolori, si sono inventati una eolingua che mischia italiano e inglese in allegra armonia. Il pane dunque diventa breddo, il furgone il trocco e il cortile il backiardo e così via in festosa invenzione che poi è il modo stesso in cui, per esempio, dal latino si sono formate le lingue neolatine, e tra queste il nostro caro italiano. Così, ringrazio Francesco Panella che mi porta in giro per il mondo, stando seduta su mio sofà, a vedere come l’Italia, che è il più bel Paese del mondo, nonostante la crisi e tuto quanto, continua a dar cuore, anima e pane…

martedì 8 ottobre 2019

La giacca di Sem


Tra tutti i balli dei diciotto anni dove sono stata invitata durante la mia primavera, bello e memorabile fu, senza dubbio, quello di Diamante M. che era bionda, elegante, nasuta e molto molto divertente. Come sua madre, che, ai tempi, era una vera celebrità e oggi un poco dimenticata insieme con il pittore del quale fu musa bionda e invadente al Palazzo del Grillo.
Il castello Odescalchi fiaccolato, rivestito di gloria come ai giorni delle Crociate splendeva negli eleganti vestiti lunghi delle giovanette e negli smocking essenziali dei ragazzi. Festa di luci d'intorno e musica nelle orecchie che invitava noialtri alle danze e alla spensieratezza.
Io, nel mio lungo abito  nero scollato, ero al tavolo bianco della festeggiata quando  arrivò il momento di soffiar le diciotto candeline sull’enorme torta candida  e zuccherina e così finii, appena dietro a Diamante con le gote rotonde a insufflar l’aria, in una foto sull'Espresso (che i miei fratelli, con sfottò mi fecero trovare al mio posto nel desco famigliare…). Una foto che mi racconta com'ero, occhi negli occhi con la verità che cercavo anche allora, tra trousse e falpalà.
A un’ora tarda e buia arrivarono gli spaghetti di mezzanotte e poi, quando già l’alba tingeva di rosa il cielo, i cornetti caldi alla crema. E’ sempre la giacca di Sem (che Francesca e io chiamavamo, chissà perché, Sem il vaccaro…) che ha riaperto questa mattina la porticina del cuore e i ricordi filano fuori, in dolce rimembranza. Ma voltarmi indietro non posso e non voglio. Il mio oggi mi chiama al dovere e, felice, stendo sul tavolo della cucina la pasta sfoglia per formar, con petali di mele, tante rosette dolci per chi so io…

lunedì 7 ottobre 2019

Per Francesca perduta

Bambina, nel grazioso drindel verde a fioretti bianchi con grembiuletto bianco a fioretti rossi, spingevo la mia carriola, anch'essa rossa e bianca, su e giù sotto al porticato di cotto e sogno del casolare rosa di San Giuliano dove, ragazza aveva abitato mia madre, e dove contava i suoi ultimi anni la nonna Lisetta. Portavo così a spasso la mia grande bambola di coccio che aveva un occhio aperto e uno chiuso, i capelli di stoppa e uno sbrindellato abito di tulle rosa, una bambola che per me, però, era la più bella del mondo...
Più avanti, stirata nella divisa bianca e blu dell'Istituto Mater Dei, passavo le lunghe mattine d'inverno e d'estate, tra le compagne, vestite tale e quale a me, che solo all'apparenza mi somigliavano, come poi la vita doveva insegnare... Al suono della campanella della ricreazione, esplodevamo in un mazzo bianco e blu sul terrazzo di marmelle candide seduto a mezz'aria tra Piazza di Spagna e la Trinità dei Monti. Portavamo i calzettoni e non ci pesavano. A ginocchia nude, nel rigido inverno di quegli anni Settanta, io mi sentivo libera. E libera camminavo sentendo una mano invisibile sul capo che mi conduceva nei passi leggeri che mi avrebbero condotto lontano e assai in alto.
A diciannove anni, la moda entrò come locomotiva nel Far West nella mia vita. Con Francesca, la mia amica del cuore, in sella al vespino (suo) bianco e i capelli lunghi al vento (il casco allora non si portava...) andavamo a caccia di vestiti in un negozietto di Via Ottaviano che si chiamava Sem e che qualche anno più avanti doveva aprire il gemello in Via della Croce. Proprio questa mattina, rovistando negli armadi, ho ritrovato una giacca color cioccolata che avevo comperato da Sem e che, un poco spelacchiata, mi ha aperto la finestra del cuore. E ho rivisto noi due, ragazze, nella fiaccola accesa che condividevamo e ora non più...