Mentre il sole sorgeva
al colmo della verde aldia, colorando di miele – e subito dopo, in un gioco
misterioso di lucore, d’argento - le acque ben pettinate della baia di Cala
Girgolu, è già tempo, per me, che dormo ad gallinas albas, di sollevarmi tutta,
di indossar la vestaglia celeste e di scendere le brune scale per preparare, in
cucina, il caffè della mattina fresca. Silenzio intorno, nello stormir fragile
delle fonde, mentre la frangetta viola della buganvilla si dondola al
venticello, recando in sé il profumo di luoghi lontani. Scintilla laggiù il
laghetto salato che era un tempo di Pierino Corda e ora di nessuno più. Lo osservo
mentre lo specchio par rabbrividire, facendosi ondine in crespo, al refolo di
Eolo lontano, E mi par quasi, di rivedermi, laggiù, bambina, a pescare con le mani con la Beatrice
falsa (bionda come me) e la Beatrice vera, dai capelli mori, che ho ritrovato
sulla riva ieri e avant’ieri nella gioia nostra ritrovata…
Ecco, passare, in volo, la ghiandaia dalla coda
azzurra, che qui vive come in affitto perenne sul colmo del leccio che chiude
come in un nido la villa bianca di Cala Girgolu. Trafiggendo il cielo, passa,
l’uccella, da un ramo all’altro, nel becco le sue ghiande preferite. Timida,
miagolante, compare da dietro l’imposta bruna della porta finestra la gattina
rossa che cerca, da me, cibo e qualche moina per poi, girato l’angolo andar
via, leccarsi i baffi, a coda ritta, nell’ovatta delle sue zampette. Sul colmo
del soffitto, in veranda, corrono i timidi gechi che paiono virgole nere nel
bianco acceso, illuminato dall’astro nascente.
D’un tratto, l’incanto
si rompe. Ci sono le notizie. Qualcuno a me molto, troppo caro, ha acceso la
tv. Un ruscello di parole bagna l’incanto della mattinata e nel rumore tutto
umano (che io non ascolto più) di voci e pareri, mi chiama, col suo gorgogliare
familiare, la cuccuma che cuoce sul fornello. E tutto si fa di bucato nell’odore
del caffè.
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