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mercoledì 26 settembre 2018

Dame vincenziane

Quando ero ancora bambina e tutta ancora nell'ovetto sacro, trasportata dalla corrente d'oro, a una cert'ora della mattina, nel mese di giugno, veniva a prendermi al cancello la Signora Amico che era, già vecchia, alta come me bimba. Si andava a passar la giornata nelle rene nere della Vecchia Pineta di Ostia dove lei e suo marito, un grand'uomo barbuto che faceva il bagno con una retina sui capelli, avevano la cabina.
Lei, la signora Amico, per come me la raccontava mia madre in segno di importanza era una "dama vincenziana" e io, ignara di tutto e tanto più di storia degli ordini religiosi, ascoltavo in stupore. Dama vincenziana, per me, voleva dire vendere il riso a un mercatino dove, un giorno dell'Avvento, cascasse il mondo, andavo assieme a mia madre. Si teneva nell'oratorio di una bella chiesa romana, Santa Maria in Vallicella, ed era affollato tutto quanto di masserizie e di signore bene che vendevano chi golfini da bimbo fatti all'uncinetto, chi crostate alla marmellata e chi, come la Signora Amico, riso. Tornavamo a casa con il nostro bel sacco di iuta contenente un tipo di riso arborio che mia madre considerava unico e sopraffino. Molti e molti anni più tardi, lavorando io come volontaria tra i francescani al mercatino della carità di San Quirico e Giulitta, mi arrivarono tre quattro sacchi di vestiti di una dama vincenziana. Riconobbi in quelle scarpette da topolina e nei cappelli di visone il guardaroba della Signora Amico che trovai, infatti, stampigliato in una borsetta. Sapevo allora, come so, chi sono le vincenziane (e proprio oggi ricorre il Santo loro meraviglioso, San Vincenzo de Paoli) e mi si strinse il cuore quando a mazzi i vestiti andarono via, stretti in sacchetti di plastica tra le mani indelicate di chi li prese...

martedì 25 settembre 2018

Pellegrinaggio del cuore

Mentre piano il sole scendeva all'orizzonte, tuffandosi, visto dal fondo di Via Nazionale, nei fori imperiali, io me ne andavo, sola soletta, con le ali di Mercurio ai piedi a far dei sopralluoghi in Via Rasella per certi casi miei che terrò (almeno per adesso) cuciti al cuore, ma che un giorno saranno rivelati. Ero lì, dunque, nel nastro d'argento della strada fortissimamente voluta dai Savoia per dare lustro a Roma che, invece, sonnecchiava nelle verzure della Villa Ludovisi, quando d'un tratto mi sovviene che proprio quelli, negli anni passati, sono stati i miei pellegrinaggi del cuore. Così, con la mia bella bennibag sulla spalla destra, eccomi nel giardinetto di Sant'Andrea dove chi mi è troppo caro al cuore (tanto da soffocare) giocava alla fontanella, negli schizzi allegri dell'infanzia, in uno sbrodolare d'acqua e di risate.
 Dopo, all'Ibs, eccomi poi affacciata alla ringhiera a spiare dall'alto i genitori e i figli indaffarati ancora a comperare i libri di scuola. File, oramai a fine settembre, non ce n'erano più e solo qualche ritardatario era lì a comperare. Ma la memoria accesa mi ha riportato indietro d'anni e di cure e mentre sono lì, sovrappensiero, ricordando i pesi nelle buste di tela gialla, una signora mi si avvicina e mostrandomi un libro tra i tantissimi che sono lì a disposizione, mi fa: "Lo ha letto? Come va a finire?". Non faccio in tempo a rispondere perché un vocione di ragazzo da dietro la spalla fa: "L'assassino è il maggiordomo". E mentre un punto interrogativo si disegna sul viso della mia interlocutrice io torno sui miei passi, verso casa, allegra, dopo il pellegrinaggio del cuore... 

domenica 23 settembre 2018

Casacce con i balconcelli

Bennibag della nuova collezione d'autunno...

A volte, conclusi a sera i miei numerosi compiti di pratica quotidiana e svolto quel di più che mi riempie il cuore di spuma d’oro, io mi siedo davanti alla televisione a guardare un certo programma su una rete tal dei tali dove due immobiliaristi, un bel ragazzo di professione architetto o meglio anarchitetto visto come presenta le sue proposte al compratore e una signora che, nel vestire, ha stile da vendere, fan le loro proposte in forma di appartamenti, vile, villette e villoni a coppie innamorate o attempatelle che deciso,, non so per qual motivo, di acquistar una seconda casa in giro per lo Stivale.
Entro così, grazie a loro, in case dove mai metterei piedi e in tutte, e dico tutte, decifro il medesimo sapore. Dall’alpe alle piramidi, per così dire, in uniformità, spesso in gusto lineare, civettano interni che nulla hanno di vissuto, di caldo, di famigliare. Di vivo. Ecco, a me paiono tutti quanti, senza eccezione, interni morti. E non importa se si affacciano sul Golfo di Napoli o sulle bellezze verdi delle italiche campagne. Da tutte, e non so dire perché, emana come un sentore di gelo, come se fosse passata in quelle stanze, con la sua porporina di ghiaccio, la fata sterile che abita nei freddi palazzi al Polo Nord. In diamante, nulla.
Ed ecco perché ho gioito nel leggere, tutto d’un fiato, un libriccino che ho trovato per caso nella mia libreria e che era parte di una raccolta di Millelire donatami, anni orsono, dal caro Marcello Baraghini (che saluto con una scappellata di cuore nel ricordo allegro del merlo in gabbia, indiano e parlante…). E’ un racconto lungo di una certa Irene Gentile e si intitola “Cara nonna” e parla anche delle case di cui ho detto sopra, antiche eppure truccate al punto da risultare senza storia, case che non possono mai esser “casacce con i balconcelli”…

sabato 22 settembre 2018

Quartiere Coppedè

C'è a Roma, nel quadrato cittadino dove scorrono, per così dire, i fiumi d'Italia dando il nome alle venature delle strade, un ritaglio di poesia e di favola in forma di palazzi e fontane e verde germoglio romano che porta il fiabesco nome di "Quartiere Coppedè" dal nome dell'architetto che lo ideò e che si chiamava appunto Gino Coppedè. Passando sotto l'arco  monumentale che invita a entrare, con il suo bel lampadario in bronzo, si saluta una Madonnella e, omaggiati da severi cavalieri, i passi conducono in un altrove pittoresco colorato di mattoncini dove svettano torrette e logge come su castelletti di re e dove svolazzano, senza pensieri, le antiche fate del luogo dove lì abitano ancora nei palazzi, appunto, delle fate. Scompare, come d'incanto, il frastuono metropolitano e ci si immerge in un fresco incanto ringiovanito dalla grazia dell'arte che abbraccia ogni particolare. In piazza Mincio, cuore del cuore di Coppedè, un gracidare di rane sorprende e richiama alla vita silvestre: sono le ranocchie della bella fontana centrale. Un girotondo di rospi, i rospi principi dei fratelli Grimm, mi guardano mentre attraverso la piazza cercando il palazzetto bello dove abita il liceo romano Avogadro. Dalla poesia alla prosa: parlo di un certo affare con una simpatica professoressa siciliana e non combino un bel nulla, ma non mi importa perché, nella frescura del mattino presto, mentre ritorno sui miei passi, un rospo mi promette di diventare il mio principe, recuperando dal fondo dell'anima mia la palla d'oro...

giovedì 20 settembre 2018

Con un inchinetto

Topino rosa (bennibags)
Il blog mio riapre, dopo quattro mesi di vacanza. E benvenuti a quanti vorranno passare qualche minuto, o anche un secondo (perché no), tra le parole mie che sono stirate con l'appretto dello studio (tanto) e del labor limae che mi accompagna dai tempi miei di liceale al Mater Dei, quando, in delizia e sola soletta - sul bianco terrazzo da cui si vedevano svettar le torri gemelle della Trinità dei Monti, mi leggevo le satire d'Orazio e i lirici greci, Archiloco, Saffo, Alceo...
Non so ancora come si disegnerà, d'ora in avanti, questo angoletto mio poiché, sì', sì, le storie tragicomiche della mia infanzia sono oramai finite e concluso è il tempo mio di raccontarle. Sicché guardando all'oggi, nei passetti che mi conducono sulla strada retta a me assegnata, saprò ritagliare bozzetti di vita e , casomai, di allegria e divertimento. E mentre il giorno incalza e le ore liete si srotolano tra un piatto da lavare e un messaggio da mandare, per ora vi saluto con un inchinetto, di quelli, appunto, che facevo al mater Dei, bambina e che erano tanto graziosi da innamorare il cuore...