| Una torta di pezza e pizzo fatta da me... |
Nei lunghi e caldi
giorni della mia estate romana, al mattino presto, quando il sole ancora non
dardeggiava nel suo bianco furore, io me ne andavo in giro per la mia Roma
amara, come spettinata, dolente e abbandonata a se stessa. Di brutte cose ne ho
viste tante, ma preferisco tenerle racchiuse nello scrigno della memoria
affinché non contaminino il futuro che spero migliore. E quando, un poco
sgomenta, me ne tornavo a casa, ricordavo i Monti miei nei primi tempi del mio
trasloco, quando il vociare allegro della romanità si perdeva tra i balconi e,
vicini di casa erano sarte e falegnami, gli artigiani insomma di questo, mio,
ridente Rione che ora è tutto quanto trasformato dalla modernità in
ristorantini alla moda e piccole boutique in gusto parigino.
E presa dalla nostalgia,
diciamo così della coda alla vaccinara, mi sono ricordata che, in un libro di
racconti sulla Grande Guerra (“La Cocotte) di Federico De Roberto (uno
scrittore siciliano che ho letto tutto da capo a piedi) ce n’era uno il cui
protagonista, romano de Roma e, mi pare, tenente, parlava di tutto il ben di
Dio romano – gnocchi di semolino e pajata
e polpette al sugo - quando non c’era ancora la nouvelle cuisine, i
ristoranti si chiamavano osterie o cucine e gli chef erano osti o, perché no,
anche cuochi ed avevano tutti un gran pancione. Il nostro tenente finì per
meritarsi due medaglie, diciamo così anche per colpa della gola e della fame
degli austriaci che mangiavano, meno e più, pane di stracci, poveretti… Roma
era Roma, nelle descrizioni succulente del tenente e splendeva come fiamma
accesa, colorando d’amore il bigio presente… E così, per riconoscenza, ho finito
per riprendere in mano “I Viceré” (un romanzo, secondo me, strepitoso, che
lessi or sono molti anni) e mi sono immersa nelle storie degli Uzeda di
Francalanza, che sono storie nostre, tutte italiane anche se sono siciliane…
