| bennibag in forma di rosa |
Quando cure e preoccupazioni
mi svegliano la notte e, accesa nel mio occhio aperto, guardo al mare delle
cose per come si sono svolte e le pieghe dei dettagli in cui si annidano gli
errori, io so, perché lo so, che fuggire
è piccola cosa inutile e insignificante. Essa, la croce, ci raggiunge a modo
suo nelle curve a zig zag della vita che si rincorre nel novero dei giorni. Lo
so - perché è questo il sugo del nostro
santo credo – e così senza scappare io mi carico di tutto quanto, al pari di
qualcuno che amo su ogni cosa, e, curva sotto il peso, come schiacciata mi
avvio per il mio cammino, incurante dell’attorno, delle chiacchiere del mondo e
di tutto quel che mi circonda. Andar per la mia strada, nelle tre virtù
teologali, è, per me, lume e grazia. Così, in questi giorni di travaglio, mi
ritrovo ardente di felicità, come fatta anche io parte del creato.
Pensavo a questo e ad altro
così quando, qualche giorno fa, ho incontrato per la via una certa signora che,
ad ogni nostro abboccamento casuale, tra i baci e gli abbracci, non fa che
elencare le sue grane e disperarsi, pesando sulla mia spalla. Essa cerca,
pesando su di me, di sgravarsi dei chili tanti delle pene, ma non sa, meschina, che a
nulla vale, che non siamo affatto unite come affluenti di fiumi. Ognuno di noi ha un panierino dove conta le
piccole e grandi croci sue e portandole, solo portandole, esse diventano peso
leggero. Chi scappa, invece, non fa che ritardare l’incontro. Che comunque ci
sarà. Ed ecco perché ho sorriso quando la mia amica, stanca di lamentarsi con
me, ha adocchiato un’altra conoscente e via, spedita, a tentar di rovesciare
addosso a lei il suo cestinello. Le ho viste che andavano via allacciate e
ognuna, lo giuro, aveva sulle spalle una gerla (io l’ho vista!), di quelle che
portavano le nonne nostre quando, al ritorno dai campi, tiravano su qualche
erbetta per cucinare la zuppa della sera…
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