Qualche giorno fa, fresca
nel mio andare veloce, raggiungo a passi svelti l’Università Pontificia tal dei tali, dove – a causa dei crediti formativi per i giornalisti, che, per me,
sono soltanto un’agonia di ore perdute – mi tocca un corso di formazione sull’informazione
religiosa, tenuto da professori del detto ateneo. E sia, tra un corso sul femminicidio e uno sull’informazione religiosa, io scelgo il secondo senza meno.
Detto fatto, eccomi seduta nell’aula tal dei tali, a fianco di un’amica cara,
incontrata per caso (evviva!). Comincia un professore messicano…, un giovanotto
che sfodera, soddisfatto, i suoi power point alla maniera – ohi lui - del
nostro ex premier Renzi. Comincia, in latinorum, a parlare di “framing e
refraiming” (ma non si capisce un’acca di quel che vuole dire, poverino,
nonostante la tanta buona volontà che mi pare a stelle e strisce e non
certo Tricolore) e la mia amica mi
guarda, desolata e mi confessa che, come me, di questi concetti “liturgici” non
ha inteso un bel nulla. Il mio consiglio a lui, rileggere il passo del Vangelo
in cui Gesù invita il nostro parlare ad essere semplice, sì sì, no, no. E punto
e a capo.
Il professore messicano si salva in corner, illustrandoci il magistero del Papa, distinguendo tra Bolle e Motu proprio. E meno
male! Oh, tiriamo il fiato per una decina di minuti per l’intervallo ed ecco
arrivare il secondo professore che è italiano e belloccio e sacerdote: un
sacerdote in blue jeans. Davvero difficile dire di che cosa abbia parlato,
passando per Crono e Urano fino a Gilgamesh e poi di Radio Radio dove tiene
una rubrica grazie, diciamo così, a Santa Rita. Vabbè, sorrido e durante il coffee break (ma che
buoni i cornettini farciti!) mi godo dalla finestra la bellezza del chiostro immacolato…
Riprendiamo, via, con
tre vecchie volpi di vaticanisti e finalmente si prendono appunti. Si parla di
Francesco e di come sia criticato non solo perché Papa “riformista” (e
chiamiamolo così pro bono pacis!), ma anche per le sue risposte “stizzose”
(sic) a chi si sogna di fargli il contropelo. Dulcis in fundo, un professore giovanetto che insegna a noi (vecchie carampane) come si scrive un pezzo e come
sia necessario, per imparare, far da “garzone” a un maestro. Ovvia, ma questa è l’acqua calda! E mica sa, per caso, che per noi il “praticantato”
è proprio viatico alla professione? Vabbè, per carità di patria lo applaudiamo.
E in fondo lo ringraziamo pure, almeno io e la mia amica, perché ci ha fatto
ridere tanto, riconducendoci per mano ai tempi della scuola…
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