Poiché
eravamo cinque fratelli, cinque come le dita di una mano, non c’erano
abbastanza stanze, in casa Ponti (pur grande com’era), per ogni figliolo. E
siccome mia sorella (che mai mi fu sorella), non voleva dividere la sua con me - che
ero sorellina minore - dormii per diciotto anni di fila, al piano di sotto di un
letto a castello che era, vivo il ricordo, di acciaio pitturato di rosso fuoco.
Al piano di sopra, mio unico fratello nelle temperie della vita in quella casa
troppo grande che pure non aveva spazio per me, c’era Marco. Avrei dato un perù
per dormire una volta, una volta almeno, all’attico, ma no, giù, al piano di
sotto, quello che abitai (ma il letto a castello allora era un altro, in bambù,
forestiero e alieno) la notte prima di sposarmi. Ricordo il pensiero mio
tornare alla mia prima giovinezza quando, nel buio, dicevo a marco: “Parliamo
un po’?”. E confortante, arrivava la sua voce e il sì di velluto che cominciava
il nostro tenero parlare, tra fratelli, nel tepore del letto caldo finché le parole non diventavano sonno e oblio…
mercoledì 23 novembre 2016
Nella luce d'oro
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