mercoledì 30 novembre 2016
La parannanza di Santa Teresa
mercoledì 23 novembre 2016
Nella luce d'oro
Poiché
eravamo cinque fratelli, cinque come le dita di una mano, non c’erano
abbastanza stanze, in casa Ponti (pur grande com’era), per ogni figliolo. E
siccome mia sorella (che mai mi fu sorella), non voleva dividere la sua con me - che
ero sorellina minore - dormii per diciotto anni di fila, al piano di sotto di un
letto a castello che era, vivo il ricordo, di acciaio pitturato di rosso fuoco.
Al piano di sopra, mio unico fratello nelle temperie della vita in quella casa
troppo grande che pure non aveva spazio per me, c’era Marco. Avrei dato un perù
per dormire una volta, una volta almeno, all’attico, ma no, giù, al piano di
sotto, quello che abitai (ma il letto a castello allora era un altro, in bambù,
forestiero e alieno) la notte prima di sposarmi. Ricordo il pensiero mio
tornare alla mia prima giovinezza quando, nel buio, dicevo a marco: “Parliamo
un po’?”. E confortante, arrivava la sua voce e il sì di velluto che cominciava
il nostro tenero parlare, tra fratelli, nel tepore del letto caldo finché le parole non diventavano sonno e oblio…
mercoledì 16 novembre 2016
Le azalee di Trinità dei Monti
Mi sono accorta, ma senza
quasi accorgermene, che, per non vedere la mia Roma bella in degrado perenne e
triste che par chiamarmi di lontano, non faccio più (e poco mi dispiace), nel
sole di novembre, le mie belle sgambate a cuore aperto, respirando il cielo
terso, perduta nell’incanto sempre nuovo della Città Eterna. E già che ci sono apro una parentesi tonda e dico, ma caro ministro Franceschini, come si fa a dire che una zanna dell'elefantino alla Minerva (del Bernini e sacro nel suo sacro significato) è pari a 2.,500 euro di danno! Ma caro il mio santissimo ministro, il danno è invece incalcolabile, atroce, inaccettabile perché è uno sfregio alla bellezza e all'umanità intera e lei, mi dica, come può non capirlo ed essere ancora ministro dei Beni culturali?
E via, piango e piange la mia Roma, Regina e Signora della vita mia...
Sì, di rado esco per non inciampare su chi, nel marciapiede proprio sotto casa mia, a gambe tese, sull’asfalto, incurante della gimcana a cui costringe i passanti, allunga il suo cartello con su scritto “Ho fame” a tutti noi che, in gamba svelta e attiva per fare conto paro di questa vita matta che ci opprime, scendono giù dai Monti per abbracciare col cuore il Colosseo, porta di Via dei Serpenti prima e di via degli Annibaldi poi. A ogni crocicchio, in ogni dove, ci sono montagne di rifiuti e tanta gente che bivacca, lasciando la sua misera merce umana come regalo a noi monticiani…
Preferisco, dunque,
camminare nel ricordo e lì, nel mio sancta sanctorum, la memoria si accende e
sono di nuovo bambina, stirata nella mia divisa bianca e blu del l'Istituto Mater Dei, percorro le
strade silenziose del mattino presto e profumate d’aria buona. Il cielo è il mio
compagno e cammino nel tacito mio cuore rotondo. D’un tratto laggiù, in fondo a
Via Condotti (perché nell'anima mia color rosa è sempre primavera accesa) vedo le festose azalee, rosa e color fucsia e
bianche a salutarmi e ad accendere di bellezza e incanto la stupenda Scalinata di Trinità dei Monti e
il cuore, anche ora che conto tanti anni, silente, mi balza in petto e sorrido
agli angeli nella mia purezza ritrovata.E via, piango e piange la mia Roma, Regina e Signora della vita mia...
Sì, di rado esco per non inciampare su chi, nel marciapiede proprio sotto casa mia, a gambe tese, sull’asfalto, incurante della gimcana a cui costringe i passanti, allunga il suo cartello con su scritto “Ho fame” a tutti noi che, in gamba svelta e attiva per fare conto paro di questa vita matta che ci opprime, scendono giù dai Monti per abbracciare col cuore il Colosseo, porta di Via dei Serpenti prima e di via degli Annibaldi poi. A ogni crocicchio, in ogni dove, ci sono montagne di rifiuti e tanta gente che bivacca, lasciando la sua misera merce umana come regalo a noi monticiani…
giovedì 10 novembre 2016
Rose of Tralee
Bambina
quasi, o forse ragazzina, preparavo per i miei fratelli tutti quanti, la pasta
al sugo rosso che era tradizione unica in casa Ponti, quando la Mimma, per
motivi che non so, se ne restava al Testaccio e noi abbandonati e soli, consumavamo il pasto di cartone, orfani dei panini
suoi fritti, degli gnocchi al cuore di patata, della pizza scaldata dalle sue
mani d’amore...
Mia
madre, dai modi spicci suoi, lasciava sui fornelli da una parte la pasta arrotolata
in un gomitolo che era bianco e color d’oro per via dell’olio che ci correva
dentro e dall’altro il sugo rosso, liquido, di gusto d’ospedale e toccava a me
rovesciare gli spaghetti nella padella del pomodoro e, mischiando questa a
quello, rendere pasto ciò che non lo
era. Baciati gli ingredienti, condita l’insalata e cucinata la fettina su una
padella ben calda, era tempo di sederci intorno alla tavola in sala da pranzo e
mangiare. I gemelli allora, cominciavano le loro spiritosate e non c’era verso
di mettere una frase dietro l’altra perché ci pensavano loro, nella ridarella
eterna, a mettera una diga su qualsiasi discorso famigliare. Mio padre, a
capotavola, mangiava a capo chino. Alla sua destra mia madre non interveniva.
Io, nell’osservanza, tacevo e, nella meditazione, risolvevo a modo mio gli
enigmi della vita. Mangiavamo, come un dovere triste, almeno io...
E mai avrei pensato che mille e
uno anni dopo, cioè nel mese scorso di ottobre, potessi nientemeno che fare io,
proprio io, una lezione di cucina (nell’aiutare un’amica) a un gruppo grande di
studenti americani e tanto attenti e concentrati che ogni discorso aveva un
principio e una fine anche se non stavamo intorno a un tavolo e la lingua, pur
mia quasi madre, non era la mia. E poi, d’incanto, e al ricordo quasi mi
commuovo, finita la lezione, i piatti vuoti, il profumo di polenta uscito dalla
finestra aperta sul caldo d’oro dell’ottobrata romana, i ragazzi, in circolo,
han cantato, tutti presi in serietà compunta e fuori moda, una ballata irlandese, bella come è bella la magica isola
verde che se ne sta, un poco pigra, in mezzo al mare lassù. E mentre le note di Rose
of Tralee riempivano la cucina di un’aroma tutto suo a me, lo ammetto, è scesa
in cuore una lacrima di commozione e di ringraziamento…
sabato 5 novembre 2016
Diciotto anni
Oggi,
diciotto anni orsono, vivevo – il ricordo è una carezza - nell’immenso,
rotondo, verde abbraccio della felicità completa; oggi, diciotto anni fa, la
mia vita venne scossa al sorgere della
vita, dal turbine dell’amore che si faceva carne e ora, gioisco con gli angeli,
nel rivivere tutte quante contate dentro di me quelle magie, che si allungano
nei mesi e negli anni, tra lacrime e sorrisi. Tutti i teneri addii e i passi
avanti e quelli indietro e le prime parole, le ultime, e la responsabilità che
piano piano si fa innanzi nella scoperta della vita adulta...
E
io, nel tepore dell’oro acceso, in
orazione continua, vivo, con l’amore, nel balzo della mia anima accesa e ringrazio chi so io e chiudo questa parentesi
graffa che in me, ma solo in me e chiusa a chiave, è sempre aperta e viva e
vera…
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