Conto i giorni, a due e
a tre, che mi separano dalla sera in cui, imbarcata la mia Cinquecento nella
pancia della nave accesa, sarò, come in sogno, di nuovo nella mia Sardegna
amata, sarò di nuovo nella veranda mia di cotto rosa e calce, dove, bambina,
giovano con la Bea e ragazza, distesa sul muricciolo, osservavo, a pancia in
su, la distesa nera del cielo e le stelle, tante, in fuga, come in tappeto d’oriente,
lassù, che mi facevano trasalire nell’immensità; le guardavo, puntini luminosi
di eternità, e le sentivo, nel brivido, dentro: le stelle erano la mia verità,
inseguita, cercata e infine trovata nel mondo quaggiù… Molte notti ho passato
distesa su quel muricciolo e quando sorgeva, dietro l’aldia, la luna, il cielo
metteva come un aureola di fiato bianco e la luna, la magica, dolce luna
stendeva un tappeto d’oro sull’acqua in respiro d’onde, un tappeto d’oro che
arrivava fino ai piedi bagnati di sua maestà Tavolara. Mi pareva, allora, di
poter camminare sull’acque e, sola, come in chiamata divina, percorrere la
strada che mi conduceva, in umiltà, sul mio carmelo, alto sul mondo…
E mentre, in questa
notte romana, penso alla mia Sardegna, alla mia Cala dei Gigli e all’unico uomo
che ho amato laggiù, un ricordo picchia all’uscio e c’è un’altra luna, una luna
jesolana d’agosto di tanti anni fa, una luna che, come quella sarda, versa il
suo oro sul mare, una luna rotonda che par quasi di poterla toccare tanto
sembra vicina. E c’è un bambino, il mio bambino (che ora è quasi uomo) e ha
appena due anni allora o poco di più e alza il ditino e dice, in sorriso
giocondo: “Luna!”. E poi, per non far torto a chi gli parlava in inglese: “Moon!”.

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