Cerco, come Diogene l’uomo,
la prudenza e la buona educazione che ai tempi miei, di Cesare e Pompeo, non erano
chimere ma dame dai lunghi capelli di vita, capaci, loro sì, di affrontare a
petto nudo come la carità, la dura legge di questo mondo a capo in giù. Cerco e
non trovo più nella burbanza di certe ragazzine dai capelli blu, quella piccola
io, con il basco in testa, penitenziale, in divisa bianca e turchine che, all’Istituto
Mater Dei, salutava le sister, incrociando il piede destro dietro al sinistro
per precipitare in un allegro inchinetto e: “Good morning sister!, diceva, in
una modulazione di dolce inglese prima di volar via, in classe a studiare, a
capo chino, come non si fa più, senza collettivi, occupazioni e altre
invenzioni democratiche buone, per me, soltanto a distrarre l’anima e il corpo
dall’amore per il sapere che si nutre del silenzio e della religiosa sequela
della mente la quale, se turbata da mille Facebook, perduta in labirintiche
ossessioni, in giudizi apodittici e categorici, mai potrà raggiungere le vette
del sapere e neppure, evvia, l’uomo di Diogene…
Dico e scrivo tutto
questo mentre ricordo il mio primo esame di letteratura latina all’università
con il professor Michele Coccia. Portavo il IV libro dell’Eneide, quello in cui
Didone, innamorata, implorava Enea di lasciarle almeno un “piccolo Enea” a
consolarla, e mi piaceva così tanto quella ginnastica di esametri che ancora oggi,
a volte, ne leggo un rigo o due per nutrire il cuore. C’erano, allora, a far l’esame
con me certi ragazzi di una scuola pubblica, famosa a Roma, tutti quanti ben
nutriti di politica e di Sessantotto (e poco, a mio parere, di Virgilio…) e si
burlavano di me che avevo studiato “dalle monache”. Sia pure, ma a petto del
mio trenta e lode in basco e divisa, loro presero tutti quanti un ventisette
stiracchiato. E quando ci ritrovammo insieme dopo l’esame, chissà perché non mi
canzonarono più…
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