| bennibag fiori di iuta e sabbia del deserto |
Quando, nel mondo,
pesante (come ora) è la croce che porto sulle spalle come so che dovrei e devo,
mi piace, nel cammino mio a passi di fuoco acceso, ritagliare come da cartoncino
colorato dei momenti liberi dalle cure quotidiane e dal moltiplicarsi dei
problemi; mi piace, sì, dicevo trovar quel tempo vuoto che riempio io solo so
di che cosa (e qui certo non lo dico) e ritrovar nel petto la mensola di soffici
piume dove appoggiare la ritrovata pace del cuore. Mi piace, dicevo, far così e
lo faccio nel concreto, recandomi, sola soletta, nelle tante chiese mie del
cuore – prima di tutte San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro del
Borromini - che sono, per me. un tornare a casa oppure andandomene, visto che
finalmente ha riaperto dopo mesi di chiusura, in un certo parco, alto sulla Via
Nazionale che porta il nome di una nobile famiglia romana, famiglia di papi e
principesse, e dove mi rifugio nel
respiro degli alberi e del vento, mentre, sulla strada bigia lì dabbasso,
proprio dove s’affaccia il bianco, solenne e quasi di prigione (tanto m’opprime)
di Palazzo Koch, con il suo viavai di uomini grigi, s’affannano in affanno auto
e bus nel rincorrersi monotono della modernità, che avanti guarda senza
guardarsi dentro mai…
Mi piace, dicevo, e lo
faccio e l’ho fatto anche martedì mattina, con l’oro del mattino presto in
bocca e l’aria frizzante dell'ora appena sveglia. A passi silenti, salgo i tanti scalini e sono lì, passetto passettino, quando rapita mi sento dalla
natura e tutt’una con essa, creatura e dono, e mentre, rotonda, avanzo nella
quiete, ecco nel fontanino a bocca di lupo e proprio sotto, nel bacile dove l’acqua
zampilla argentina, due pappagalli verdi, gli inquilini – credo – delle palme di
Palazzo Koch, sguazzano beati, in un frullo di gocciole e d’ali. Mi fermo,
inchiodo e loro, nel fischio stridulo che lancia l’allarme animale, via, in volo, come
se li avessi visti nudi…
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