In casa Ponti, nei miei
anni verdi, si mangiava poco, pochissimo e rispettando il venerdì di magro, che
voleva dire, per me, il disgusto del baccalà, svenuto in un sugo rosso in
pianto e le patate bollite, tagliate a rondelle, con su un filo d’olio appena e
un pizzico di sale. Ristorante, mai, al massimo si andava alla domenica, dopo
la messa, in Viale Aventino, in faccia alla Piramide, alla rosticceria Di
Pietro, dove il rosticcere, grande e grosso che pareva Mangiafuoco, mi regalava
– a me sola tra i fratelli – un cartoccetto unto di patatine saltate in
padella. Profumavano di beatitudine quelle patatine lì che io, chiamata già da
allora (pur non sapendolo) dividevo con tutti i fratelli che, voraci, pescavano
a larghe ditate nel consumo veloce. Le mie delizie vestite d’oro finivano e si
tornava a casa con un pollo arrosto e qualche patata al forno. A me era
destinata, non so perché, la coscia e siccome mi piaceva la pelle (che era
croccante e color corteccia d’albero) ne ricevevo altri brandelli dai più
schizzinosi. Alla fine del pasto, leccavo le dita incollate da un sapore
benedetto e poi, via, giù in giardino a giocare con Vivian. Loro, i Salini,
alla domenica sera, cascasse l’universo, si ritrovavano tutti assieme attorno a
un tavolinetto finto tirolese color azzurro maiolica, a mangiare i toast,
accompagnati da un bicchiere di latte. Avrei dato un perù per mangiare anche io
quei panini dorati, abbronzati, che filavano formaggio, nel ricamo trasparente
del grasso di prosciutto. Salivo, con la scusa di prendere in prestito uno dei
tanti romanzi di Salgari che i Salini tenevano in una libreria verticale, a
parete, che riempiva il lato sud di quello che loro chiamavo il saloncino ed
era il luogo dei toast e del latte, santificato dalla presenza del televisore.
Per me, con sospiro, accendevano la luce. La testa di sbieco, lo sguardo mio
correva sui titoli, il naso pieno del profumo del pane loro, così da me
desiderato. I loro toast non li mangiai mai, in compenso, bambina, fui nei mari
della Malesia, con Sandokan e Yanez, come fossi io la Perla di Labuam…
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