| Ho comperato una piccola Nikon per fotografare le mie bennibags. Prova e riprova solo queste due sono venute bene. Ma vabbè, non mi darò per vinta... |
Sarà perché questo mese d’oro di
ottobre, in cui, bambina, tornavo (felice) al Mater Dei, e che ora è lungo
avvento al compleanno di chi dico io, me ne sono stata ore e ore davanti a uno
schermo a raccontar di questo e d’altro nell’amo sempre colmo delle notizie
offerte sulla rete, sarà per questo o perché a volte guardandomi dintorno non
vedo che rovine, o perché di cose ne ho raccontate tante e troppe forse
qualcuno si è anche stufato di ascoltarmi; dicevo sarà per tutti questi motivi
legati insieme come fasci littori, ma ho poca voglia di scrivere sul mio spazio
rosa, tutto mio, rosa come è rosa il mio nome segreto. Eppure n’avrei di cose
da raccontare che nel mio profondo tanto accade nel sospiro dell’eternità. Ma
torno nel mondo e vorrei raccontarvi di una scrittrice che mi è stata, per
anni, sorella d’anima e che, per l’editore Gherardo Casini (che uomo d’altri
tempi, era, un benedettocroce, che ne so, uno che bastava dicesse una parola
per mostrare tutta quanta, color bronzo, la sua autorità, un uomo del quale, mi
pare, lo stampo si è perduto…). La scrittrice, grande, grandissima, capace di
intinger la penna nell’inchiostro di vento e d’acqua dell’anima e di mostrare
il dentro genuino, parlando del fuori, è Katherine Mansfield e il libro che
tradussi, or sono forse trent’anni, si intitolava “The Garden party” (e se non
l’avete letto, ce ne sono mille diverse di traduzioni, vi consiglio di farlo
come se il consiglio mio fosse un tesoro, che ne so, una moneta d’oro dell’epoca
di Augusto). Bene, torna mio marito dal lavoro e mi porge un libriccino, un
cosino magro dell’Adelphi. “Che cos’è?”, gli chiedo. Lui zitto me lo porge. Leggo
e gli occhi di luce accesa: “Viaggio in Urewera” di Katherine Manfield, a cura
di Nadia Fusini. Ma grazie, grazie, grazie, gli rispondo e sono già alle terme
del bosco di Tarawera, nella letterina che Katherine giovanissima, scrisse alla
sua mamma. Leggo e mio marito è ancora lì. Da Tarawera precipito in salotto. E
solo allora mi accorgo che è tutto bagnato e che fuori piove e, credo, pioveva.
E lo dico ad alta voce, in un soffio: “Piove…”. Mannaggia alla mia lingua. “No, no - fa lui, e
serio, serio continua - sono caduto giù dal piroscafo mentre attraccava in
Via del Boschetto…”.







