Nel freddo padovano (dentro e fuori casa) in
cui mi sono trovata a passar le feste del Natale e del Capodanno, ho avuto, in
grazia tutta quanta immeritata, il privilegio di trovare un’amica nuova, una
scrittrice di quelle che conservo, come forse qualcuno si ricorderà (o forse
no, ma poco importa) in uno stanzino d’oro in fondo all’anima. Esse, tutte
quante laggiù, si tengono per mano perché, nella ricerca dello scrivere bello
(che deve però saper di vita vera), la strada è una e una soltanto e, per la
via, si incontrano i fratelli e le sorelle, che insegnano la via e parlano,
sommessi all’anima. Sono queste le mie amiche, che non sono in carne e ossa, ma,
per me, più vive sono di tanti che sono vivi. Dicevo, dunque, che conoscevo la
Daphne Du Maurier per aver letto, ragazzina, “Rebecca la prima moglie” e un
altro romanzo di cui non ricordo il titolo; più avanti mi sono innamorata dei
racconti, uno veneziano, davvero strepitoso…
Ma mai, fin qui, l’avevo
trovata vicina e tanto come invece è. E ora lo so, per aver letto il suo “Me,
when young”, una autobiografia, e per aver scoperto che, giovanissima,
innamorata (come me) di Katherine Mansfield, era andata a trovar la tomba di
lei a Fontainbleu. Trovandola, in semplicità, come un pellegrinaggio dell’anima.
Ci andrei io pure, per la Katherine, a Fontainbleu… Intanto, a Venezia, passando per San
Geremia e Santa Lucia, e poi su su fino alle Fondamenta Nuove, io e i miei
uomini del cuore siamo andati in vaporetto al San Michele a cercare (e trovare)
la tomba di Ezra Pound che ho amato nella persona sua di maestro e di poeta e in una intervista
che gli fece Pierpaolo Pasolini.

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