Ebbi, bambina, un vestito color cioccolato, di
morbido velluto, lungo a toccare il pavimento. Ebbi il vestito e un compito:
tenere su il velo bianco di una sposa, una certa Maria Teresa, condotta
all’altare da un cugino di mia madre, che la aspettava sotto l’altare, tutto in
fremito d’amore. Lei, bruna, dal viso fresco, di giovinetta anni Sessanta; lui,
già vecchio, seppure ancora giovane, come usava allora e ora non più e io, i
capelli lunghi stretti sulla nuca in una mini-coda, intorno alla vita, una
fascia di panna montata, ai piedi le scarpette allacciate sul fianco del piede
con un bottoncino, come un bacio d’angelo, e sul becco un ghirigoro di
fiorellini.
Eravamo noi, noi tre, protagonisti di quel sabato
pomeriggio. In quale Chiesa di Roma si celebrasse il matrimonio, proprio non lo
ricordo e nemmeno la festa, dopo, ché era misera cosa a petto di quanto,
compunta nell’alba verde dei miei giorni, avevo compiuto. Ricordo i miei passi,
uno via l’altro, e avevo provato e riprovato per non andar storta, mettendo un
piede a incrociar sul davanti quello di dietro, come nel catwalk delle modelle.
Solenne, seria seria, tutta presa dal compito che mi era stato affidato,
sfilai, vanerella, a caccia di sguardi. E ancora oggi ricordo il sorriso
benigno dei grandi che vedevano in me l’innocenza perduta e i giorni andati e
chissà che cos’altro mai. E mentre ricordo quella prima sfilata, la memoria
corre ed eccomi, insieme a una certa amica dai capelli di corvo, a Palazzo
Farnese, durante una sfilata di moda di Christian Lacroix, sotto l’Ercole dei
fratelli Carracci che non mi fece, vanerella, né di caldo né di freddo. Mi
interessava punto l’arte, allora, in quella mia fredda primavera! Ero stata
scelta, io e quell’altra, per far da hostess all’evento e mi aggiravo, nella
bella divisa fiorita, spargendo sorrisi. Io e la Manu, in attesa trepida delle
modelle che erano allora (e forse anche oggi) per noi chimere ed esempi e sogno
segreto. Arrivarono, infilate nei jeans, le facce lavate, i capelli in crocchia
di vecchia zia, un borsone sulla spalla, arrancando su per le scale. Le
guardammo, deluse. Ma poi, quando rivedute e corrette, uscirono in passerella,
nei loro bei vestiti provenzali, gli occhi nostri resuscitati e giocondi e loro divine. Ma un tecnico video che, sospirando, le riprendeva, disse: “Quattr’ossa e ‘n chilo de cerone”. Patapunfete giù per terra.
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| Per sempre, per me, la più bella... |

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