Mi specchio, sola nella
mia fortezza di luce, nel mare fermo di Cala dei Gigli, in quell’ora (verso le
cinque del pomeriggio) che sembra usare i pennelli di Tiziano maturo; il mare è
turchino, l’aria d’arancia, il tempo, nella tinta del bianco, come sospeso in
una dopostoria che è per me principio e fine e gioiosa solitudine d’incanto,
pienezza pura nella mia fiaccola accesa. Mi specchio in quel mare e mi par di
riflettere, corpo e anima, le colline e l’aldia e Tavolara laggiù che pare far
una riverenza all’orizzonte nel suo celeste vivo, nel rosa di fanciulla dalla
pelle di pesca, nell’oro della sabbia rinata. Mi specchio in quel mare, ma sono qui a casa, a Roma, e reclusa in camera, per via di una certa bella festa di compleanno che laggiù brinda, tra il corridoio e la sala, nelle
risate (evviva) della gioventù che rincorre, ignara e convinta di vestir panni nuovi, le antiche trame.
E mentre son lì tra
lettere e carte, dopo aver compiuto il mio sacro dovere a Francesco e imburrato panini al salame e
alla maionese con uovo, ripenso, non so dir perché, a un certo giorno lontano,
in cui me ne andai con mio padre a Berchidda, a prendere il vino e la vernaccia
alla cantina sociale. Eravamo, in macchina, lui, io e tante bottiglie vuote e
pure due damigiane che sarebbero tornate ricolme dell’uva spremuta cara a
Dioniso, e parlavamo un poco e un poco no, perché mio padre era di magre parole
e rideva poco e direi quasi niente. Io poi dovevo guidare per quelle strade
sarde, vuote di gente e di indicazioni stradali. Giunti a Berchidda, fui io, da
sola, a entrar nel grande edificio color pane cotto. Entrai. Solo una voce che
cantava, in sardo, una canzone amara e di zucchero insieme, una voce che mi
imburrò l’anima. L’ho
ritrovata - No potho reposare - qualche giorno fa, nella voce di Maria Carta, e
mi pareva, come ora, di esser nel mare della mia Cala dei Gigli e mio padre era
vivo.
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| Questa è una ecobennibag, ricavata da due gonne vecchie che ho scucito e ricucito a modo mio |

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