Non capita tutti i giorni,
almeno a me, di arrotolare gli anni all’incontrario e di tornar giornalista per
un giorno e per di più come lo facevo nei giorni migliori, cioè seduta ad un
convegno a prendere appunti sul più e sul meno dei discorsi dei relatori e a
metter ordine in virgole e parole per spremere il sugo, il fior d’oliva, messo
in ordine e stirato in italiano, di quanto detto e raccontato. Un tempo, quand’ero
al Gazzettino, era questa la mia specialità che mi diede, una volta, una gran
soddisfazione nelle parole dell’ufficio stampa della Biennale di Venezia che
ritenne quell’anno il mio pezzo il più esaustivo a raccontar le opere d’arte
moderne e contemporanee che a me – lo confesso – non piacevano punto, ma il
senso, quello sì, non mi sfuggi e mi parve come stender burro su un panino
spiegarlo a gondolieri e umili mortali.
Ma torniamo a noi e gambe in
spalle. Allora sono in un certo Oratorio di un cert’ordine consacrato che
preferisco tenere per me. Si parla della Roma post-tridentina e dei tanti Santi
che allora fondarono nuovi ordini, freschi di fede e carità, in risposta alla protesta
di Lutero. E Sant’Ignazio e San Camillo
e San Filippo Neri e altri ancora, in una fucina di santità e di rinnovata
spiritualità. All’ora del caffè, si scende nel ventre del convento per uno
spuntino e io, tutta ispirata, parlo a lungo con il Generale dell’Ordine (che
non è un soldato, si badi bene…). Poi ancora parole e infine a casa scrivere il
mio pezzo, con quell’argento del passato acceso che mi fa risentir tutta quanta
come al Gazzettino, in un miscuglio di sorpresa, gioia e paura. Il pezzo esce e
buonasera. Qualche giorno dopo, un certo signore di mio gusto mi invia una mail
e un link. Laconico, senza commento: il mio Generale, quello intervistato da me
con tanta cura, tra un caffè nero e un biscotto, è ora ospite delle patrie
galere. Sia fatta la tua volontà…

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