Sarò ben un tipo all’antica,
ancora con il basco in testa forse e di una volta, una da mettere in naftalina
e in una teca di un museo, ma, a mio modesto avviso, un talent show letterario
è come cucinar piselli e marmellata e farci su un primo piatto per il Re di
Francia, spacciandolo per un manicaretto di Vattel. Io, il programma, non l’ho
visto né, credo, lo vedrò; di Andrea De Carlo lessi, quando lo facevano tutti, un romanzo che mi lasciò freddina, l'altro scrittore non lo conosco, ma la faccia, lo riconosco, è assai simpatica. Non conosco neanche la terza giurata, che è bella come una Miss mondo, e anche di più. Sono andata, però, a legger sul
sito dell’Einaudi, qualche rigo del suo romanzo e non credo che lo comprerò.
No, non vedrò neanche la seconda puntata di Materpiece; ma il masterpiece me lo cerco a modo mio, senza un "coach", nei depositi della Biblioteca
Rispoli., per privilegio della grazia, tenera fata, che sa condurmi lì dove devo. Nel personale filo mio d'Arianna, cerco (senza saperlo) e trovo. Pochi giorni orsono, spinta dal caso, eccomi incontrare
in uno scatolone davanti alla Librinecessari Beatrice Solinas Donghi. Ieri nel
sentiero bianco e nero della mia vecchia Grammatica italiana (tirata fuori per
spiegare alla piccola A. la differenza tra nome del predicato e complemento predicativo
del soggetto) trovo due, tre righe colorate, croccanti, spruzzate di vaniglia, di Bonaventura Tecchi e mi innamoro. E so
che, domani, finita una certa missione, me ne andrò alla Rispoli a prendere in
prestito “Storie d’alberi e di fiori” del buon Bonaventura che, lo so, sarà fresca scoperta e nuovo amico, nel lucore del sole novembrino che, timido, rinasce lavato dalla pioggia.
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