Con un sole di fuoco,
ancora seduto e basso sull’orizzonte, siamo, noi tre, nell’ombra verde della
biglietteria all’entrata degli scavi di Pompei. Siamo noi tre, dicevo, ma
tutt’intorno si muovono serpenti d’umanità, fatti turisti, in calzoni corti,
zainetto, cappello, nell’uniforme al sapor di nulla della modernità: vanno,
vengono, entrano, escono, inseguono la
guida e i compagni lungo il viale ampio e alberato che conduce alla città dei
morti. Festosi, mi paiono, curiosi di veder come erano le strade e le botteghe
dove un tempo passeggiavano Caio e Julia… Il Vesuvio, giù dabasso, non si vede mica
e la nostra guida che di nome fa proprio Giulia e, nonostante gli anni a pesar
sulla gobba, è ancora tutta quanta accesa di viva napoletanità, ce lo mostra
com’era – il vulcano – prima della grande eruzione del 79 dopo Cristo, nella
copia di un affresco, che se ne sta appeso a un ad un crocicchio del viale di
cipressi. Giulia, Giulia: tuo Peppino De Filippo; tuo Totò e tue quelle rovine, dove hai passato
anni a raccontar le solite storie e a mostrar come a bambini, su carta
colorata, com’erano belli e variopinti i monumenti che ora sono d’ocra rossa e
caduti, mangiati dal tempo e dal vulcano.
Ci sono i teatri e le
terme e il lupanare, dove le figure in kamasutra e in amore non lasciano nulla
all’immaginazione; c’è il cardo e c’è il decumano e pure una passerella di
pietroni, tra i due marciapiedi, che serviva ad evitar gli scoli di acque
bianche e nere. E, guardate, ci sono buchi, sul marciapiede alto, dove si
attaccavano le tende dei negozi quando il sole picchiava forte. Come ora.
Eccoci sulla Via
dell’Abbondanza, nel gregge anche noi, a raccogliere le forze a una fontana. A
mano destra, esplodiamo nel Foro vestito di verde e di rovine. La Giulia mi
indica il tempio di Giove; lo guardo appena, distratta, poi, come chiamata da
una voce muta, rispondo all’incantesimo del Vesuvio. Lo vedo, il vulcano, alto,
nero, immobile, indifferente, feroce. Lo vedo, sì, lo vedo: è proprio in coppa
all’altare del Gran Dio dell’Olimpo, in una prospettiva di infinito. Era lui, ora lo so, era proprio il
Vesuvio, lo Zeus dei pompeiani: al nero vulcano era dedicato il tempio nel foro…
E mentre io mi inchino alla potenza della montagna di fuoco, sento la Giulia
che dice: “Li vedete quanti cipressi ci stanno qui a Pompei? A noi napoletani i
cipressi mettono tristezza perché se ne stanno lì, ingrugniti, dove stanno i
morti, nei cimiteri. Per questo a noi napoletani non ci piacciono i paesaggi di
Toscana”. Ride una risata bionda, napoletana, di pizza e pulcinella, una risata
che non sfida punto il vulcano, ma pare accarezzarlo, blandirlo in un’armonia
di naufragi…

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