Quando, a Cala dei Gigli, i dardi d'agosto
si scioglievano nel miele dorato di settembre e Tavolara infilava un berretto
sfilacciato di nubi, pronta all'autunno, ecco, annunciate da un odore umido di
terra arsa, di mirto e di corbezzolo e dai nuvoloni di casa in Barbagia, le
grandi piogge. La strada consortile, in terra battuta, che, ai piedi della
nostra scala a gradini di legno, scendeva fino al laghetto salato prima e poi al mare,
si faceva torrente. Le acque di caffellatte precipitavano matte, scavando
canali d'arabesco e serpe, e si tuffavano nel mare, che si faceva torbido, nelle
mistiche nozze tra terra, mare e cielo.
Io, bambina, il
naso schiacciato contro il vetro della finestra, perduta nel ticchettio della
pioggia; io, sola, in quell'incanto d'acqua benedetta, gioivo, inconsapevole e
ignara, insieme alle piante assetate, alla ghiandaia bianca e d'argento che
aveva fatto il nido in capo all'olivastro minore. Io, come loro, stanca di sole...
Cadeva la pioggia,
i cavalloni, indispettiti, con i loro pennacchi di spuma, si abbattevano sulla
rena, mordendo di schiaffo la riva. Tra una scrollata e l'altra di pioggia, il
cielo, livido, si faceva color di liscivia e io correvo giù in spiaggia a
raccogliere i tesori portati dalla corrente: una canotto bucato, che so, un
secchiello rosso, la paletta di un bambino siciliano, una formina. Tesori
perduti da altri che, nella loro miseria di nulla, erano per me, bimba, una
felicità rotonda, completa, assoluta. La gioia dell’avventura… E mentre, mi beo
nella memoria angelica di quei giorni, un altro ricordo mi chiede udienza. Vedo
mio padre, di schiena, che scrive, scrive, seduto al tavolo suo. Scrive, con la
sua calligrafia minuta: scrive la lista dei danni stagionali provocati dai
gemelli, ecco che cosa scrive! Ogni anno, erano piombi perduti e mute strappate
e motori precipitati nell'onde e fiocine mancanti a dozzine. Senza resipiscenza, sicuri che qualcuno (papà)
avrebbe portato sulle spalle i pesi loro. Li vedo, li vedo, i gemelli, fantasmi
biondi, spavaldi, nell’abbraccio caldo di nostra madre, protetti e pronti a
rinnovar, l’anno dopo, impuniti, le marachelle. Così, anno via anno, fino a ieri, fino a
domani, uomini fatti e ora quasi vecchi.
Papà non c’è più, ma ci pensa la mamma. E lei – e sorrido con occhi di gatto perché questa legge ( la legge dei gemelli) mi fa tornare bambina - neppure redige le liste…

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