In un palazzo grigio e
giallo seduto sul litorale di Jesolo che pare infinito nella lontananza, un
lido di sabbia e cemento, dove condomini, rare case, alberghi e grattacieli han
tutti quanti la smania segreta di sciacquare i piedi tra le onde, viveva al terzo piano, una
delle tante signore di una certa età, figliole del benessere del dopoguerra, di
una qualsiasi delle belle città in pelliccia di questo nostro norditalia, una
signora ben nutrita, vedova, con la messa in piega e il conto in banca, e con
un armadio lungo e largo, zeppo di prendisole e costumi interi e parei e veli comperati
al baracchino sulla riva, in una cinquantina di estati trascorse tra la ciclabile
del retro spiaggia e la Via Bafile, prima con i figlioli e poi con i nipoti,
nella colorata quotidianità della spiaggia un poco ciarliera, ma molto ben
pettinata di Jesolo.
Dovete sapere che, tra
le file ordinate di ombrelloni a righe e sdraio che si rilassano ai dardi del
sole, si combattono tra queste inquiline estive guerre atroci per
stare in prima fila, in faccia alla spuma, per primeggiare tra tutte, per
essere amate, o anche così, senza motivo, per la noia che assale quando fa
caldo e in cuore si sente quella certa, arcana malinconia senza filo d’Arianna
che sgomenta e fa sentire perduti e bisognosi di passare la patata alla
vicina...
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| Io, nel mio azzurro |
La signora Dora era
tale e quale alle altre; il costume intero fiorito sul petto generoso come
un’armatura per trovar spazio tra la duplice intesa e la triplice alleanza che
brigavano nel caldo, laggiù. Armata di binocolo, la Dora tesseva, prima di scendere con l'ascensore in spiaggia,
le sue modeste strategie di sopravvivenza. Una fatica d'Ercole. Capirai, una volta era la Michela a girare il
naso, un’altra, senza un motivo buono, la Gina fingeva di non vederla; un’altra
volta ancora le toccava prendere il caffè sul terrazzo del Mare e Sole con
quella maldicente della Mazzonin che le dava il mal di gola ma bisognava pur passar le forche caudine ché la Mazzonin era
sempre a capo tavola, fronte mare e sole e dirigeva l’orchestra delle altre e
chissà come faceva… Un pomeriggio di nuvole
basse e nere che parevano scese giù dalle montagne come invitate, in
lungo e tulle, al gran ballo dei cavalloni in tempesta, la Dora arrancò col
fiato corto fino all’appuntamento con la triplice intesa, che sorseggiava una
bibita fresca al baracchino di Viale Alberto Sordi. Arrivò in ritardo e proprio
mentre le tre le stavano cucendo, con garbo padano, i panni addosso: “La Dora –
diceva una – è buona e brava, ma quando ci si mette…” E giù a ridere. La
nostra, lì per lì si fece di brace, ma, raccolto l’amor proprio, eccola tornar sui suoi passi. “Scusate il ritardo”, sospirò seduta. e prese a dire una parola velenosa sulla Giusi, all'attico, che era un riccio di firme
e arie ma che, al venerdì sera, metteva scuffia e grembiale per tirar la pasta
in pizzeria. Risero tutte quante, anche la Ninni che, della Giusi, era cognata…
Una volta a casa, la Dora in camiciola
di sole si mise ad annaffiare il basilico che aveva sul balcone salutando la
triplice intesa, la duplice alleanza, la Michela, la Gina, la Mazzonin e - crepi l’avarizia - la Giusi! Come una Regina
:) se avessi fatto un sorriso al fotografo...lo avrei preso per me! :)
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