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giovedì 30 dicembre 2021

Buon anno e tanti auguri

 


Io mi ricordo un cielo di lacca cinese e le stelle lucenti che da lassù mi guardavano, fredde. Il tempo sospeso, il freddo diventava non so come caldo. Io, piccola piccola, con una cuffia di lana azzurra, i capelli quasi bagnati dall’umor della sera, e i pantaloni colla staffa sotto al piede e addosso gli scarponi  neri coi lacci rossi che si slacciavano sempre. Nel silenzio delle Prealpi, fatte sagome appena dal manto notturno, la neve gelata mandava bagliori d’azzurro e il mio fiato, nel freddo, ricamava nuvoline bianche che guizzavano appena per poi sparire inghiottite dal buio.  Erano i capodanni miei giovinetti, i miei capodanni friulani, a Piancavallo. Mi ricordo, si mi ricordo l’incanto notturno dell’attesa che tintinnava nell’anima mia. Io pure, come tutti, pensavo che quella notte, tanto speciale, fosse diversa da tutte le altre notti, una notte gentile, magica che a modo suo moriva e rinasceva portando il suo frutto perenne che germinava, silente, in ogni cuore.

Il sonno, certo, mi visitava, mentre il cicaleccio intorno diventava una ninna nanna, gli occhi palpitavano in un apri e chiudi che non comandavo. Lo combattevo, il sonno, e così facendo, anno via anno, entravo nel mondo, che ha le sue strane liturgie e passavo, in volo discreto, dal fiore dell’infanzia al giglio della giovinezza. Il mistero mi avvolgeva tutta quanta e sentivo la magia delle ore danzanti che, in piroetta, portavano alla Mezzanotte. Gli occhi quasi chiusi, il sapore del pandoro, qualcuno, forse mio padre, mi bagnava la punta del naso con le bollicine.  Qualcun altro mi portava in braccio a dormire. Poi più nulla, solo il tepore delle coltri del letto che profumavano di pulito.  Era arrivato il nuovo anno fanciullo e io, nel sonno, rinata con lui.

Al mattino, poi, nel silenzio del dopo festa, trattenendo il respiro, vedevo l’anno vecchio, con la sua barba bianca, gli occhi stanchi e il bastone in mano che se ne andava via e lasciava il posto a un piccino in tutina azzurra che si sarebbe inghirlandato i riccioli di brina per poi diventar fanciullo con i primi zefiri della primavera, farsi uomo alla mietitura, curvarsi appena al tempo delle castagne e incanutirsi nell’inverno che già lo inghiottiva, in un tempo senza tempo che, generoso, lo rimandava bambino a noi sulla terra.

 

Molti e molti anni sono passati da allora e ho avuto tanti capodanni diversi. Alcuni mondani, altri composti nell’intimità ritrovata. Una volta ne ebbi  persino uno al caldo delle Canarie. Ogni acino d’uva un rintocco fino a giungere alla Mezzanotte. Il nuovo anno, quella volta, mi sembrò già nato grande, nell’eterna primavera che si culla sotto al picco del Teide. Capodanni flamenchi, capodanni padovani, altri milanesi. Certo non sono più i capodanni ricamati di poesia, nel gelo di Piancavallo, scaldati dalla cuffia celeste, illuminati dal lume del piccolo mondo infantile, ma tutti quanti, ancora adesso, mi recano (e a tutti lo fanno) un frutto d’oro che  riscalda il cuore: la speranza. Buon anno!

 

 

sabato 18 dicembre 2021

Senza parole

 


Un amore così grande

Tre bulbi fioriti, bianchi di purezza, che vengono da Caracas

 Un Post di post. Nel senso che qui di seguito metto i link per leggere i mie ultimi articoli usciti su Stilum Curiae. In questo, con la mia penna d'oca (presa in prestito da Santa Caterina da Siena, ho scritto al signor Klaus Schwab che si veste, ohilui, col gusto dei cattivi di Star Wars (e dovrebbe vivere un poco in Italia er guadagnar stile ed eleganza...)

https://www.marcotosatti.com/2021/12/17/bdv-ha-scritto-per-davvero-a-klaus-schawb-leggete-che-gli-ha-detto/

Qui, invece, prendo spunto da un ruzzolone che ho subito qualche tempo fa per parlare di amicizia del cuore e di come, cambiando, si possono tracciare linee e avanzando, perfezionarsi.

https://www.marcotosatti.com/2021/12/15/bdv-il-bene-da-uno-scivolone-e-tracciare-una-linea/

Per Il Nuovo Arengario, invece, ho scritto "Le vere luci del Natale" e lo trovate qui:

https://www.ilnuovoarengario.it/le-vere-luci-del-natale/

Ecco fatto e ora, con una riverenza, corro a preparare la prima colazione a chi amo e ad accendere la quarta candela dell'Avvento, mentre già sento in lontananza i cori degli angeli che annunciano la Natività. Gesù scende dalle stelle sulla terra e nei nostri cuori, un amore così grande...

venerdì 17 dicembre 2021

Venite adoremus

Il mio presepe fiorito di rose d'inverno

Ieri mattina, mentre con mio marito facevo la grande spesa della settimana, pensando a barattoli vuoti e al necessario da acquistare, ho ricevuto questo gentile messaggio via mail:  "Nonostante il dente si è rotto per i biscotti di B. (sarei io) che è pregata di non propinarglieli più …Seguono altre gioiose affettuosità...

Mmm, mumble mumble, allora si accusano i "Sassolini di Santa Emerenziana", quelli che sono arrivati fino in Venezuela, morbidi come appena fatti, quelli che mia cugina si è trovata con il barattolino vuoto perché altri se li erano pappati tutti... mmm, mumble mumble. Il dito puntato odora di curaro e mi ricorda l'odio di certi giornalisti verso i no vax (gente che non ha letto la storia della colonna infame di Manzoni...). Stesso odio, stessa ferocia. Stessa superbia nel tracciare una linea tra buoni e cattivi. Infatti i biscotti vengono "propinati" come fiele. Scendo d'un rigo e proseguo. Anzi, scrivo qui la mia risposta al tale gentiluomo, che è lo stesso "ingegnere"  dell'atto nella cella frigorifera di cui ho scritto. La mia risposta,  poche parole: "I miei biscotti, quando la signora si è rotta il dente, erano finiti da un pezzo" 

E in queste atmosfere polari, le mie amiche di Misshobby si domandano per quale motivo, quest'anno, non arrivano ordinazioni per il Natale. Semplice: il Natale ha senso soltanto se nasce (come è e come è per me) Gesù Bambino, altrimenti si fa presto (come stanno facendo) a cancellarlo con un frego. Qui, però, nel mio angolino-culla, i miei gatti, Casper e Tigre miagolano, felici, dando loro pure il benvenuto al Santo Bambino che, nonostante i cuori di pietra che regnano su questa terra infelice, scende dalle stelle. Per me, per voi, per tutti. Venite adoremus! 


 

giovedì 16 dicembre 2021

Ingrediente: amore




Caldo è il mio cuore mentre s'avvicina, con la sua bella candela da accendere, la quarta domenica d'Avvento, la quale ci avvicina ancora un passo in più alla nascita del Santo Bambinello. Il cuore è caldo, nonostante tutto, per gli incontri teneri che ricevo in dono dalla Provvidenza. Dunque, eccomi ieri mattina lungo via Nazionale, davanti a una farmacia aperta giorno e notte, soprattutto ora che fa affari d'oro con vaccini, test e altre amenità pandemiche, e ho appuntamento con una cugina mia alla lontana che mi porterà un sacchetto pieno di stoffine, bottoni, nastri e altre cosine che userò nella produzione (che non si ferma, nonostante tutto) della mia bebaboutique. Io, in cambio per lei, reco, in un barattolo del Nescafè (bel lavato ed etichettato),  tanti bei biscottini che ho chiamato "I sassolini di santa Emerenziana" e che, per chi ha buona memoria, sono arrivati, buoni e croccanti dopo due mesi due, fino a Caracas, in Venezuela...

Dunque, eccoci, naso a naso (coperto dalla mascherina), ma il sorriso suo è di bimba e innocente e c'è affetto tra di noi. Prende i biscotti, prendo il sacchetto ed, oh che gioia, un altro incontro per me. E' un'amica rumena che aveva un bellissimo negozio in vicolo del Boschetto e che ora, a causa del delirio in cui viviamo, ha dovuto chiudere. Ci scambiamo la gioia dell'incontro e tutte e tre, in divina gioia, ci sentiamo sostenute dalla carità. Poi, via, ognuna in un trivio, per la sua strada. Più tardi, eccomi a casa, e mi chiama la cugina: "Ho portato i sassolini da certe amiche e sono andati via tutti. Ne ho mangiato soltanto uno. Squisiti!". Certo sono di Santa Emerenziana. Così, chiede la ricetta e io gliela dò e uno degli ingredienti, il più importante è l'amore! Olè!

Per Natale, regalate una bennibag, che contiene felicità: https://www.misshobby.com/it/negozi/bebaboutique

Oppure il mio libro che parla della Beata Elisabetta Canori Mora e di Santa Caterina da Siena

https://www.ibs.it/libri/autori/benedetta-de-vito

Un atto al Polo Nord

Io che osservo la scena con gli stessi occhi di allora...

Se non fosse la realtà, fatta di persone, tappeti, sedie, quadri alle pareti, sembrerebbe di stare in un film del tipo "Balle spaziali", cioè in parodia di quello che un tempo erano le cose serie e che ora, accadono con la maglietta al contrario, in questi tempi folli, a gambe in su, tempi in cui anche i serpenti fumano. Insomma ieri mattina ho trascorso quattro ore in una cella frigorifera. Peccato, però, che, invece, fosse lo studio elegante di un ricco notaio romano... Uno studio trasformato in cella frigorifera, perché, con la fifa blu che i vaccinati hanno di contrarre il Covid (e allora perché vaccinarsi se non serve a un tubo e devi guardarti dal prossimo come da lupo mannaro...), le finestre sono state tenute aperte tutto il tempo. Quattro ore. tanto valeva far l'atto al parco, magari vicino a casa mia. Perché no? Io che indossavo un golfino appena comperato e un paio di jeans, mi sono letteralmente congelata. Per non dir poi della pessima compagnia in cui ero sepolta.

Uno dei presenti, un ingegnere, sempre a causa della fifa blu da vaccinato, mi ha intimato di spostarmi di un posto, cioè di allontanarmi da lui. Poi alla mia domanda: "Ha paura?". Mi ha risposto, pinocchio e superbo: "Non ho paura di nulla". Ma dai, pare una barzelletta. E il bello è che spostandomi di un posto mi trovavo vicino a un'altra persona supervax tutta tremante pure lei. Ma dai! Poi c'era un medico che a un certo punto, come si dice di punto in bianco, ha preso a inveire contro i "no vax", nemici dell'umanità. Ma dai! C'era anche un avvocato il quale ha detto che conosce molte persone con tre dosi che si sono ammalate. Buahaha: paura negli occhi dei miei cari vaccinati... e poi c'era un'altra persona, una signorina nubile (come si è definita) che sapeva tutto di tutto e spiegava tutto lei, seduta come Maga Magò (i capelli erano quelli) su una piramide di denaro. Il ghiaccio che veniva dalla finestra spalancata, forse, rispetto al ghiaccio nei cuori induriti dall'odio dei presenti, era più soave...  

domenica 12 dicembre 2021

La lasagna della mamma


Questa mattina mentre me ne tornavo verso casa dopo la lunga sgambata domenicale che mi porta dove so soltanto io, in attesa di mangiar con il mio piccolino (non più tanto piccolo oramai) la lasagna della mamma (cioè io), m'avvicinavo al Colosseo percorrendo la Passeggiata archeologica quando, seduti su un muretto, girati in ombra, vedo un gruppo di persone che mi paiono astronauti perché han sugli occhi come dei binocoli color grigio e se ne stanno lì, in gruppo, e ognuno per i casi suoi. Davanti a loro c'era una giovane signora che sembrava spiegar loro qualcosa, forse le istruzioni del giochino.  A passo svelto me li sono lasciati dietro le spalle e solo adesso, leggendo tra le tante notizie che affollano quel pianeta incongruo e volatile che è la rete, scopro che si tratta di una nuova invenzione, cioè un tour virtuale che, magari, ti schiaffa nell'antica Roma, tra senatori e popolani in foro et domi. Ma che bella scoperta, che razza di idea, così, invece di imparar qualcosa, usando orecchi e cuore, via all'occhio visuale che, come si sa, s'affascina per colori e suoni, insomma dell'apparenza, e nulla lascia di importante e vero. Ma che bella scoperta! E va nella direzione in cui vogliono portarci, cioè a vivere in un mondo che non esiste e che solamente appare...

E sì mi lascio volentieri alle spalle queste corbellerie e racconto prima di scrivere il mio passo e chiudo del gatto Kiko, bianco e rosso, davvero molto carino, tutto rotondetto come era, che se ne stava per conto suo lungo un marciapiede e voleva giocare con me. Io pensavo che si fosse perduto e così provo e riprovo a leggere il numero di telefono sulla medaglietta. Sì, una parola. Si divincola, sgattaiola via, si torce, si rigira. Poi, d'un tratto, compare un papà attempato con il figliolino e burbero, ma benefico, mi fa: "Questo gatto non si è perduto. E' sempre in giro qui e poi torna a casa". Ahi Kiko, KIko, ti sei divertito a farmi impazzire cercando di rubari il tuo prezioso numerino... ah, la vita!

Tanti uccellini in collezione elegante!

lunedì 6 dicembre 2021

Con il cuore nel volo degli angeli

 





Qualche giorno fa, in  uno stanco pomeriggio di pioggia, mi sono guardata, in dvd, un film che si intitola semplicemente "Caso 39". L'ho scelto non certo per il titolo (che non era affatto allettante), ma perché la protagonista è quella Bridget Jones (il vero nome dell'attrice, credo, di origine tedesca, non lo ricordo...) e mi è sempre stata simpatica. Così, ecco in quattro parole la storia. Bridget è un'assistente sociale buona, angelica, alla quale giunge il fascicolo del caso 39. Cioè una bambina che i genitori vogliono uccidere. E infatti è così, con un piccolo particolare che la bambina è bambina soltanto agli occhi distratti del  mondo. Dietro l'apparenza si cela il nemico.

Commossa dal caso la buona Bridget se la porta a casa. E la finisco qui per non sciuparvi il finale. Insomma il solito film dell'orrore se non fosse però che una cosa vera la insegna. Che cioè il diavolo ha potere soltanto lì dove regna la paura.  E' la paura che lo fa diventare enorme. Se di lui non hai paura (e giustamente dico io, perché in realtà è un topolino nero), non può farti nulla. Mmmm, mumble mumble, pensando pensando. e scendo qui sotto.

Sì, pensando alla situazione di oggi in cui il nostro povero Paese vive incatenato e immerso nel terrore, come un cornetto nel cappuccino, dico, in alto il cuore, togliete il mantello nero della paura dall'anima, lasciate che, lucente, torni ai pascoli verdi, all'acqua trasparente, alla gioia rinata del mondo dei fiori di campo che, pur potendo esser raccolti o schiacciati, guardano allegri il sole, il bel cielo blu e le danze alate degli angeli!


Bennibag british style


domenica 5 dicembre 2021

Una vittoria che viene dal cielo

 Quant'è bello passeggiar per Roma quando il frescolino di dicembre imporpora le guance, le foglie danzano nel vento  e c'è tutt'intorno, un'aria come d'attesa per la notte santa che ci porterà il dolce Bambino divino. Io, gambe in spalla, da casa alla Piramide e ritorno per fare una visitina a chi so io. Abbiamo parlato, dato da mangiare a un bel gatto peloso, cucinato i sassolini di Santa Emerenziana e poi via, di nuovo, sui miei passi che sono sulle orme del Buon Pastore. Uno via l'altro, facendo attenzione a non ingamberarmi  nei tranelli di quell'altro che m'aspetta al varco (come a tutti noi).


Bello passeggiare e intanto snasar nell'intorno per guardar visi, persone, cose. Al Colosseo c'era una gran fila per entrare e tanta coda anche davanti all'entrata del Palatino che è un giardino ricco di storia e di bellezza. Sulle bancarelle della Piramide, poco o nulla e io, infelice, perché non trovo più i panni vintage che trovavo un tempo e con cui far vestiti nuovi e a volte bennibags.

Bello passeggiare e accorgersi che, i piedi marmorei dell'arco di Costantino, sono tutti pieni d'angeli. D'accordo, sono nike alate, ma a me paiono comunque tutti gli arcangeli del cielo scesi sulla terra per portare sale in zucca ai tanti che lo hanno perduto e una vittoria che viene dal cielo!


 

venerdì 3 dicembre 2021

Primule in via Merulana

 Ero, ieri mattina, sul cucuzzolo dell'Esquilino lì dove, in ampio respiro, siede maestosa la gran basilica liberiana di Santa Maria Maggiore che custodisce l'icona della Salus populi romani (a me tanto cara) e purtroppo cara anche a chi io non amo. Ero lì, ma  non per entrare nel ventre d'oro della chiesa, bensì per bussare alla porta del convento che è lì di fronte e dove vivono i santi confessori domenicani, penitenzieri della basilica. Aperta la porta, nel chiuso della stanza, tutto quel che dovevo dire l'ho detto e, nel mio cuore, tengo il segreto dei luminosi incontri che vivono come nell'uovo della rinascita.


Fatti due passi, eccomi sulla via Merulana che porta un nome curioso e d'un tratto mi domando come mai si chiama così. Tornata a casa leggo su internet che la zona si chiamava "campus meruli" e che quel meruli sta ad indicare il nome della famiglia i Meruli, appunto, che ne erano i proprietari. Mumbe, mumble, qualcosa non mi convince. I ricordi si accavallano, le associazionni esplodono, mumble mumble.. Vi lascio a un mio scritto di qualche tempo fa e poi, alla fine, tiro le  somme.

  Nella villa romana, accucciata sotto l’Aventino, dove vivevo sola, bambina, con genitori e fratelli, veniva tutti i giorni a far le pulizie (ma per mia madre erano al gerundivo latino, le faccende) la Mimma che di cognome faceva Toto. Aveva un cuore grande, la Mimma, e pochi capelli neri, in magri riccioli sul collo,  che, non so perché, teneva a bada con un cerchietto di velluto nero. Aveva il viso magro, le gambe secche e il seno generoso delle balie che erano giunte, nell’Ottocento, a Roma per nutrire i pupi romani.

Per me era delizia vederla, nel suo bel grembiale bianco, all’opera, in danza da un piano e all’altro, con scope che eran caducei, e pure in cucina sapeva mischiar meraviglie. I panini fritti erano d’oro con cuore di mozzarella fusa, gli gnocchi di patate al sugo rosso unici in perfetto sposalizio di farina e patate. Aveva un rimedio per ogni cosa. Contro il mal di gola occorreva dormir con la calza usata il giorno prima e messa a legaccio attorno al collo e se il pane era vecchio lo cacciava sotto un filo d’acqua e poi in forno e lo restituiva come appena uscito dalla bocca ardente del fuoco in panetteria.

Per me, la Mimma, aveva un occhio e il cuore di riguardo perché anche lei era nata, come me, nel giorno dell’Immacolata concezione. E io, con lei, trascorsi molte e molte ore, al mattino, quando, ebbi una misteriosa quarta malattia, che mi tenne a casa quattro mesi da scuola. Per la Mimma, insegnare era “imparare” ed era verbo transitivo con il complemento oggetto e il verbo al complemento di termine e mozzo nella coda.

“Ti imparo a stirà”, mi diceva ed era come se mettesse me – proprio io, piccola io – al centro dell’azione e lei, spettatrice, dall’alto mi guardasse mentre apprendevo, diciamo così per osmosi da lei, che nulla, però, insegnava. Imparavo, ho imparato. E mi raccontava le storie del paese suo che si chiamava Campoli Appennino ed era in Ciociaria, alto sul Parco nazionale dell’Abruzzo. Un giorno, poiché eravamo proprio a fine gennaio e io tossivo ancora, mi raccontò dei giorni della merla.

E come lei me lo ha raccontato lo riporto. Mi disse, dunque, che la merla, nel senso della graziosa signora del merlo (color grigio polvere lì dove lui è lucido di penne nere) non c’entra un bel nulla e che quei giorni si chiamano così perché è allora che sbocciano, sulle colline aride e invernali, le avanguardie delle primule. E che “merla” altro non è che primula in dialetto, una parola, diciamo così, come una vecchia pantofola ciancicata dall’uso. Mi spiegò anche che, per i paesani, i giorni della merla, pur freddi, freddissimi, erano speranza che la primavera, nel suo bel vestitino color giallo primula, sarebbe presto giunta a rinverdir le erbette, a richiamar le rondini e a far fiorir le rose.

E ora, lasciamo per qualche minuto la Mimma a fare i casi suoi, e in balzo sono in Sabina, che è, per motivi miei, terra per me d’amore. E’ gennaio, fine gennaio, e sono dalle parti di Ginestra, un nome che splende come un fiore d’oro tra le belle, colline sabine dove gli ulivi, in filari, fanno da collane ai colli. Cammino nel gelo che morde e tutt’intorno è color del fango, per terra paciughi di foglie d’autunno, umido il sentiero.

D’un tratto, e chiamo mio marito, il cuore palpita e s’accende: su un terrapieno scosceso, biondeggiano in grazia tante primule che sembrano chiamarmi da lontano per annunciarmi la buona novella, che cioè, sotto la neve, il seme è vivo, la vita rinasce in eterno fluire, E che questo era il segreto che i sabini regalarono ai cugini romani nel Dio Quirino, che ancora oggi si ricorda sul Colle più importante di Roma, il Quirinale, lì dove sedettero prima i Papi, poi i Savoia e ora il Presidente della Repubblica, che è la carica più alta del nostro povero Paese.

Presto, caro lettore, è ora di far di nuovo due bagagli e di seguirmi, se le andrà, in una gita mia di bimba a Campoli Appennino, nel paese chiacchierino della Mimma. Era una domenica di maggio, il cielo dipinto d’azzurro, il sole come un paolo d’oro, e il paesello si animò, curioso, al nostro arrivo. Le case sorridevano alla famiglia romana giunta dalla Capitale. Una casetta d’ombre e di scale ci offrì riparo e riposo. Poi vennero le visite. Primo tra tutti, il fratello della Mimma che era tale e quale a lei solo in forma maschile. Lei era  Mimma Toto e suo fratello era Salvatore Toto e quindi Totò Toto.

Lei, da noi a tener la casa linda, lui (però io non lo avevo veduto mai) veniva a volte e a volte no per tagliare i vestiti su misura del papà, ché Totò era il sarto del paese e come tagliava lui le pezze non ce n’erano mica tanti, come diceva mia madre che, come si sa, di stoffe era maestra e anche di stile. Totò Toto, mentre gli altri chiacchieravano dabbasso, mi portò in alto, in alto e affacciata al balcone che come tutti i balconi che si rispettino aveva vista sul panorama, e mi indicò, laggiù, il Parco nazionale dell’Abruzzo e che non lo vedevo , mi chiese, l’orso bruno? Non c’era l’orso, figuriamoci, ma io lo vidi o forse lo sognai, quell’orso, che ancora oggi è parte del mio sogno di Campoli Appennino. 

Concludo: Via Merulana, la strada delle primule di primavera!