Ho un gran da fare in
questi giorni perché sto correggendo le bozze di un libro “C’ero una volta” che
pubblicherò in maggio con l’editore Oltre, che abita nella bella Liguria, una
Regione dove non sono stata mai. Con la matita virtuale rossa e blu, eccomi a
tagliare e a cucire il mio testo
(scritto in tre mesi nell’inverno che ci stiamo lasciando dietro le spalle)
lungo la via del labor limae e della perfezione (bè, si spera). Nel frattempo,
la vita scorre nella pace del cuore che è punto di arrivo alla salita e che fa
splendere mattine, pomeriggi e sere in riconoscenza. Dunque sono lì tutta presa
da righe e punti e virgole, quando squilla il telefono. Rispondo. Sì, chi è?
Oddio, è Gisele dal Brasile, che non sentivo più da un mucchio grande di tempo
e che viveva, quando stava a Roma, dietro a casa mia. Che fai? E dimmi, il tuo
Leonardo come sta? E studia e quanti anni ha? E sono cento e mille le domande
perché il filo si è allentato, ma mai spezzato. Mi racconta della vita a San
Paolo del Brasile e di come c’è un quartiere à la page dove vorrebbe cerca di
vendere le mie bennibag e che Leonardo, il suo Leonardo, ha più di dieci anni
meno del mio…
Poi, in chiusura di telefonata,
mentre io nascondo qualche luccicone alla memoria di noi due ancora ragazze
(bè, più o meno) la Gisele mi dà iul colpo di grazia: “Lo sai, da te, ho
imparato a fare il risotto?”. “Il risotto? – la bocca in sorpresa a o – e quando
mai ti ho insegnato il risotto?”. “Lo facevi, girandolo con la destra e
tenendo Leonardo in braccio…”. Una lacrima mi scende nel cuore, mentre penso ai miei risotti di tanti anni fa.


