Ieri sera, dopo la vita
mia nel mondo, ritornata nell’ombra tutta silenziosa del mio tardo pomeriggio,
mi arriva, di sorpresa, una fotografia sul cellulare. E’ mia sorella che la
manda e, salto sulla sedia: è San Giuliano! Come un’epifania, il ricordo si
accende sul vecchio casolare rosa cipria della nonna Stella. E come d’incanto
sono di nuovo lì, bambina, nel mio vestitino tirolese, il braccio teso al cielo
a scostare le ciocche di capelli, per mano alla carriolina bianca e rossa che
colorava di giubilo i lunghi pomeriggio in quella silente quiete friulana. C’è
anche mio fratello Marco, nei suoi pantaloncini corti con su la stella alpina
nella pettorina e le tiracche incrociate dietro a tener su le braghe. Insieme
andavamo a cercare i girini alla fontana fredda e la notte, dividendo la stanza
e i sogni, contavamo le luci delle macchine proiettate sul soffitto in una
andirivieni placido che cullava il cuore. Poi arrivava il sonno, anche se nell’armadio
mi pareva di sentir palpiti e sospiri che dovevano essere di qualche sepolto
vivo, immerso nei ricordi della nonna.
La quale nonna, sepolta
dalle eterne carte sue, faceva tardi nello studiolo appeso come una codina al
colmo del grande salone decorato con certi specchi anneriti dove si vedeva e non si
vedeva il viso ed era come mangiato dal tante ragnatele. Gli occhiali sul naso,
un calcolatore a mano destra, le carte della nonna sembravano nascere e
moltiplicarsi dal nulla. E Marco, nello sbirciarla da lontano, ne provava un’oscura
come preso da paura nel vedersi lui pure, nel futuro, intrappolato da veline,
assegni, documenti, in un atroce,
infinito parapiglia, in trappola. Io no, non mi curavo delle cose dei grandi e
non mi spaventavano. Un passo alla volta, procedevo come condotta da una mano
invisibile che pure era più vera delle mani vere. E ora che il viaggio mio è
già progredito so di chi era quella dolce mano e che mi ha accompagnata sempre
anche quando, fuggendo, la sfuggivo

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