Al Mater Dei, quando ancora
Berta filava, si insegnavano il greco ed il latino con un metodo, diciamo così,
gentiliano, legato con due nodi alla tradizione e io, ancora oggi, traduco con
scioltezza da tutte e due le lingue e ho
anche dato lezioni ad Auri e ad altri che non nomino.
A noialtre in basco e divisa,
ci insegnava, con il pallino d’ovetto fresco per Orazio, la professoressa Cannovale
che era piccola così, ridente, di pepe e sale, e con i capelli grigi e corti
alla maschietta; il fare era brusco, ma l’amore che portava in cuore per quegli
antichi nostri padri era di zucchero e miele e lo bevevamo, noialtre tutte,
come da ogni poro della pelle, nutrendoci di loro per fotosintesi clorofilliana. A me (non ricordo
percome) insegnò anche che, a Roma, esistevano tre tipi di poteri: imperium,
auctoritas e potestas e cercò, invano,
allora, di farmi capire la differenza tra questo e quello e l’altro. Niente,
non capivo, ma ora, per un caso che vado a raccontarvi, tutto mi è diventato
chiaro e la Cannovale viva e vera è tornata a sbocciarmi dentro come un fiore d’autunno.
Ero in un certo posto del Comune di Roma dove regalano un’acqua frizzantina e
tanto buona che presto la voce si è sparsa e le file si sono fatte toste. Sicché
io, con burbanza, ho cercato di mettere ordine tra furbetti (con molte bottiglie vuote) e furboni (con cisterne da riempire). Ognuno
una bottiglia e poi, via, di nuovo in fila (ecco la potestas, cioè il potere di
stoppare qualcosa ed anche l’auctoritas perché nulla li obbligava a ubbidire se
non la voce mia). Tutti d’accordo, specialmente un signore davanti a me che
aveva in caldo due bottiglie. Arrivato il suo turno, non ci crederete, ne
riempie una e poi, subito dopo, anche l’altra. Vive proteste e lui spallucce.
Sospiro: senza “imperium”, cioè il potere di punire, non c’è cosmo, ma solo
caos. Come sapevano bene Augusto, la Cannovale e, vivaddio, ora anche io…

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