Oh perbacco, mi sono
detta in questi giorni di luce chiara, con la primavera, in danza, a picchiare
all’uscio del cuore ancora in gelo invernale, ma è morta Ida Magli ed è morta,
lei così lucida e attenta e grande antropologa per davvero, nel silenzio delle
televisioni, tutte prese a raccontare, come fosse un profeta di questo mondo
all’incontrario, vita, morte e non miracoli di Umberto Eco. Oh perbacco, c’è
qualche cosa che non va se una grande italiana, per me, una che aveva ragionato
nelle profondità della nostra storia capendone i bandoli più segreti, non viene
neppure menzionata, sia pure tra virgola e virgola, dalla sfilza di tiggì che
si inseguono, notte e giorno e pure pomeriggio, sulle nostre innumerevoli reti
che paiono stirate nel conformismo e tutte uguali come tante ragazzine alla
moda. Nossignore, solo Eco, nell’eco triste della ripetizione stanca.
Nossignore, per Ida nulla. Il silenzio. Oh che triste Paese, mi dico, mentre un
tenero ricordo di me di vent’anni piano piano si fa strada, a gomiti larghi,
nel cuore inondato già dal profumo della primavera. E ci sono io, uscita appena
dall’ovo del Mater Dei, ben fritta nella tradizione cattolica Romana (come sono
anche oggi e felice) in una grande aula della Facoltà di Lettere, dove in
cattedra c’è, appunto, una ancora giovane Ida Magli, che parla di fantasmagorie
(per me) femministe. Parlava del tè e di come fosse, nel versarlo, simbolo
fallico. Io, lo giuro, capii poco o poco più, ma quella signora elegante nella
sua semplicità brillava di luce tutta sua e frequentai le sue lezioni,
standomene in disparte, senza capire e senza dar l’esame. Solo per ammirarla,
da lontano, solo per carpire da lei il segreto di come diventare palombaro delle profondità…
mercoledì 24 febbraio 2016
martedì 23 febbraio 2016
In Viale Marco Polo...-
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| Presto, prestissimo le bennibags saranno in vendita nel negozio di Handmade Urbana 146, appunto in Via Urbana 146... |
Me ne andavo, come
faccio spesso di domenica pomeriggio, dalle parti della Piramide Cestia, dove
pascola un sottobosco umano che pare uscito diritto diritto da Blade Runner,
con i tipi più diversi e stravaganti ad esprimersi nella parlata cittadina o giù di lì.
C’è l’islamico con il gran gonnellone bianco a sciabordar nel passo lungo, con
il muso lungo e un cioppetto in testa che lo fa sembrare, per fortuna per lui,
un poco più alto della sua reale altezza; c’è una giovane africana, con un
cappellino fiorito in stile anni Quaranta, che gira con uno zaino fantasioso,
in arlecchino di buste di plastica; ci sono molte ucraine che non so perché
hanno tutte i denti d’oro, i capelli vaporosi stile Brigitta di Paperone e una
certa indefinita età che le rende tutte quante, in fascio, matriosche e poi
tanti ragazzi di colore, tutti vestiti all’ultima moda, con le cuffie alle
orecchie, gli occhi al cellulare, e le scarpe da ginnastica colorate che
sparano le loro tinte al neon le quali fanno a pugni con l’antica secolare
nostra bellezza, che ne so, delle mura Aureliane nel loro semplice cotto e della
stessa Piramide laggiù, in bianco lucore di marmo…
Io cammino e mi diverto
a guardar e tante diversità che fino, diciamo, a una ventina d’anni fa,
bisognava andare in America o in Brasile per trovarle. E cammino e sorrido tra me, nel
pensare che presto, ghermiti dalla bellezza e dalle radici profonde del quir,
radici che ci conducono in secula seculorum, anche tutti costoro, così
differenti ognuno a modo proprio, come accadde ai barbari nei primi secoli dell’Anno
Domini, diventeranno Romani e i loro figli parleranno romanesco e canteranno
gli stornelli. .. E mentre penso a questo e sorrido tra me e me, evviva, ecco
il 130 che prendo al volo. Una signora un poco colorata ma non tanto, mi chiede
in splendido italiano: “Scende?”. Alla prossima, grazie. E lei, innocente e
bene educata: “In Viale Marco Pollo?”. Bè,
ci vorrà del tempo…
sabato 13 febbraio 2016
Il ponte di Santa Caterina
Mi capita sovente, in
questo febbraio di purificazione, di andarmene in giro a fare commissioni tanto noiose quanto lo è, sempre, la
burocrazia, e tanto necessarie in questo mondo a piedi in su quanto lo è l’ossigeno alla vita. Sicché parto
al mattino presto, appena sistemata la famiglia ognuno al posto proprio nell’ordine
del cosmo ritrovato, e via, nella gamba svelta, di qui e di lì, dove mi
conducono le carte e il dovere. A volte, a ritirare una raccomandata, all’ufficio
postale di Largo Brancaccio, altre volte alla Torretta, in Campo Marzio, all’Ordine
dei giornalisti, a tentar di far valere crediti di lavori miei che contino
punti per i corsi di formazione, inventati da Mario Monti, secondo, me soltanto come
tormento dei professionisti che devono imparare a fare le somme e ascoltare per
ore e ore, nello sbadiglio, cose che servono nel quotidiano come un paracadute
al Polo Nord… Va bene, bisogna “formarsi” e dimostrarlo con i voti, come a scuola.
E tornar ragazzi e scolaretti, anche con
i capelli bianchi e con trent’anni di professione sulle spalle, come se la
coscienza di ciascuno non fosse sufficiente a studiare il necessario per fare
il proprio mestiere…
Ma, vabbè, così hanno
voluto e così si deve fare nella spietata messinscena della burocrazia, così
io, per respirare nella vera vita (che amo e che mi è necessaria, quella sì…),
tra un dovere e l’altro, mi siedo in una panchina, magari al Colle Oppio oppure
ai Giardini di Sant’Andrea (che sporchi piangono nel degrado) e lì seduta,
fatta albero, sto, tutta quanta nel pensiero mio che non è più mio, sul ponte di Santa Caterina…
lunedì 8 febbraio 2016
Il mistero della vita
Dopo aver scritto per ventidue anni di politica (e sempre le
stesse cose, con aggettivi e verbi diversi, tentando di render fresco e vivo ciò che sembra in eterna carta da macero...), pur cresciuta a pane e
letteratura, non mi occupo punto perché, detto in due parole, sento una gran
noia del latinorum loro che somiglia - mamma mia quanto! – alle pappardelle
solenni che dovevo scrivere io in gabbie standard da trenta, quarantacinque o
sessanta righe per un caporedattore che era coraggioso come un gianconiglio. Tutto mi pareva squagliato in una marmellata senza sugo, lo
zucchero impastava lingua e palato e nulla mai cambiava, nonostante
Tangentopoli (che ho vissuto con disgusto) e poi l’ascesa dei vari salvatori
della patria che di salvatori avevano poco e anche di patriottico. Tant’è, oggi
però voglio dire la mia sul gran parlare che si fa del Cirinnà. E dico,
semplice, semplice, che un bambino ha bisogno della sua mamma, che senza il
seno caldo e protettivo che lo ha messo al mondo gli si prepara una dura, dura
vita, già da subito, senza neppure attenere il domani. E per chiarire il
concetto, passando dalle castagne al cielo, vi voglio mostrare (e scrivo oggi sotto un cielo di ragnatela e
musone come il gigante egoista…) l’affresco che Giovanni Santi, padre di
Raffaello, dipinse a casa sua, a Urbino e che riproduco qui sopra per gioia di delizia pura. E io non so se è la Madonna oppure no col Sacro Bambino. E non mi importa. Ma nella dolcezza dell'abbandono che corre tra la madre e i suo bambino, con lei che legge
mentre lui, sicuro dorme a lei in braccio, pur senza anche pannolini, c’è tutto
il mistero della vita, l’eterno, incantato, profondo mistero che lega per
sempre due creature e l'uomo, il padre, che le ha dipinte…
mercoledì 3 febbraio 2016
La verità nuda di Piero
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| Nell'armonia dei colori, nel balzo rosa della primavera che sento già nell'aria, una nuova bennibag |
Sarà che a me Piero della Francesca, in quell’armonia
silente delle pitture sue, fa sobbalzare il cuore e e innalzare l’anima fin sul pinnacolo del Carmelo; sarà
che le sue Madonnine bionde, di gote lisce, dai gran manti protettori, restano
conficcate nello spirito muto mio; sarà perché per vedere la Pala della Madonna
dell’ovo, con il Bambino del corallo e del sacrificio, mi sono presa apposta un
treno per Milano, sarà perché ad Arezzo sono andata soltanto per ammirare il
ciclo della vera Croce a San Francesco, sarà per questi motivi e anche per la
curiosità che nutro sempre verso chi ha studiato più di me e capisce quel che a
me sfugge, insomma sarà per tuto questo e altro che non so, ma ieri non ho
potuto mancare di vedere il programma di Claudio Strinati, “Strinarte” che
affrontava, appunto, il mistero del piccolo dipinto intitolato “La
flagellazione di Cristo”.
E ascolto diligente ciò che han da dire gli studiosi,
la Ronchey, con le sue idee bizantine, e altri che non conosco, di quei tre misteriosi personaggi che se ne
stanno, uno e tutti a fare i casi loro, senza parlarsi punto, in primo piano, mentre
sul fondo il Cristo viene flagellato. E mentre loro parlano l’occhio mio terzo,
quello dell’anima, si accende e capisco, io che non sono nulla, che a Piero non importa di Bisanzio, che èè solo nell'assoluto la sua grammatica interiore, che nella Provvidenza trova il pane (proprio come me) le due
scene, quella davanti e quella per di dietro, sono speculari nel mondo. In
tutte due, la verità, lì il Cristo nostro Signore e qui il biondo fanciullo
dalla tunica rosso sangue (il sacrificato, la verità nuda che viene negata e poi anche uccisa) e i piedi scalzi come i carmelitani
di Teresa, è sacrificata alle logiche del mondo, alla menzogna che guida le
cose di questo nostro mondo a piedi in su, dove il contrario par diventato
diritto, dove l’armonia è bandita e il diseguale diventa negozio alla moda…
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