Bianco è il cielo e di velo nebbioso coronati sono gli alberi e i tetti delle case qui a Padova, dove mi trovo a trascorrere, come ogni anno, il Natale. Sui comignoli riposano, infreddoliti, i piccioni, che cercano il calore che è fiamma e che è vita. Le penne tutte arruffate, si stringono a coppia e mi pare che salutino, allegri, i nostri venti anni di matrimonio... E, laggiù, nella nebbia, si distingue la figuretta snella della statua di Sant'Antonino, come una piroetta in cielo.
Nel gioco eterno famigliare delle reazioni che governano le azioni degli uomini, mi trovo, a volte a guardare le parti sul palcoscenico delle stanze che si rincorrono piene di ricordi ingialliti.. E rido tra me, divertita, nel veder che lo spettacolo, passati pur gli anni, non muta e identico si ripete a ogni giro d'anno, in barba a tutti i buoni propositi e allo spumante che con le sue bollicine promette un paradiso d'oro, eccitante, ma che, se lasciato nel bicchiere si fa liquida noia. Ci sono gioie, però, tutte nascoste che mi si regalano in grazia: una rosa color rosa sbocciata in giardino, d'inverno come la rosa di Santa Rita, un ricordo fuggente del mio bambino di allora, ancora nei riccioli dell'infanzia, una visita al Santo, nel panino consumato, col marito, nel chiostro d'alberi e semplicità, un Gesù Bambino nella sua dolce culla fatta di legno d'ulivo dalle clarisse di Albano.
E proprio al Santo, in quel gran duomo solenne, tutto cupole e mattoni, mi sono ritrovata, sola e però non sola, alla messa di Santo Stefano. Tutt'intorno, i fedeli, e tanti che il cuore si rallegra e si canta Adeste fideles e Tu scendi dalle Stelle, con la gioia della verità in forma di Bambino Divino che nasce per noi, al 25 di dicembre, a Betlemme. E d'un tratto, nell'ammirare i bei bronzi di Donatello che coronan l'altare, seguo con gli occhi, e chissà perché, la verticale della croce di un Cristo dolente che pare indicarmi la via, e seguo e salgo e seguo e salgo e trovo, come se la mia caccia fosse terminata, in una nicchia d'oro, proprio il Bambino Divino, piccolo così, eppure grande, grandissimo, al centro di tutto, cuore del cuore della Basilica che è cosmo e mondo...
lunedì 28 dicembre 2015
domenica 20 dicembre 2015
Parrucchiere per vecchie signore
Ieri mattina, a causa delle
burocrazie che vengono da Bruxelles, io mi sono ritrovata a bordo della mia
Cinquecento bianca in direzione Rieti per risolvere una delle noie quotidiane
alle quali, nostro malgrado, siamo tutti sottoposti. E anche io. Sicché, eccomi,
lungo la Salaria, nella nebbia che avvolge l’umidore della campagna. Mi
rallegra vedere le colline e gli alberi che portano vestiti gialli e color
arancio e d’oro e tanto eleganti che vorrei, diciamo così, copiare e incollare
nelle mie bennibags. I pensieri miei filano via nell’armonia che mi circonda e
tutta immersa in loro, ascolto il mio adorato Bellini, nell’pera “I puritani”
che, se non conoscete, vi consiglio vivamente di ascoltare. Mentre sono lì al
volante, mi pare come di sentire una vocina bianca, come la carrozzeria della
mia piccola Fiat compatta e solida come sono le automobili, come la mia, che io
chiamo le vecchie signore. Mi dice che il tettuccio è grigio di sporco e che
gli storni (che infestano, nei loro neri gomitoli volanti, i cieli di Roma) han
fatto i loro bisogni fin sul vetro del davanti e anche lungo gli sportelli di
destra e di manca e sul lunotto e fin dove hanno potuto, senza ritegno. Ascolto
la lamentela e dico sì, al ritorno, dopo l’appuntamento che ho nel borgo mio
dell’anima e del cuore, ti porterò – è una promessa – in un bel parrucchiere per
utilitarie. Detto fatto, eccomi sulla via del ritorno, a un passo da
Monterotondo, in un certo lavamacchine dove a guardare i tanti lavoranti, tutti
colorati, mi pare di vedere l’apprendista stregone del film Fantasia di Walt
Disney. Chi gratta, chi passa il sapone, chi lucida, chi sgrassa, chi passa l’aspirapolvere.
Ecco, la mia Cinquecento dal parrucchiere. Felice, alla fine del trattamento, lei pare sorridermi nel bianco polare che non le conoscevo. Dico a un lavorante: “Mi
può scattare una fotografia?”. Ride, lui e un signore attempato, un cliente, mi
loda l’automobile che mia madre tanto schifa. Saluto, e nella mia Cinquecento
di neve e panna, termino il viaggio, Eccomi a casa. Parcheggio e alzo lo
sguardo: nel cielo il vorticare pazzo degli storni. Pazienza, mi dico, le vecchie signore, dal parrucchiere, vanno una volta a settimana… Buon Natale a tutti, nel
mistero del Divino Bambino che nasce e che vive, Ester
giovedì 10 dicembre 2015
Alla prima della Scala
| Una rosa è sbocciata per me sul mio balcone... |
Per motivi che terrò
stretti stretti e legati con un nastro rosa, il 7 dicembre, vestita come si
deve nel teatro del teatro, in nero e tacchi alti, ero alla prima della Scala. Non
vi dico per arrivarci: c’erano tre posti di blocco e il metal detector e pareva
di essere in guerra e non certo a Milano (dove io, ogni volta che vado, compro –
cascasse il mondo – un bel paio di ballerine Porselli). Passati dunque
mitragliette e giubbotti antiproiettile, eccomi nel foyer di quello che per il
mondo è tempio sacro della lirica per assistere a un’opera di Verdi che, mi
dice il professor Zempf (mio compagno d’avventura), è tra le minori del compositore, tirata via e
un poco, diciamo così, confusa nella trama. Andiamo bene, mi dico mentre
osservo chi mi sta all’intorno e l'imperturbabile Zempf analizza il programma di sala. Ollalà, c’è il direttore di un giornale che è
stato anche mio vicedirettore per un po’ e invece di essere alto e prestante
(come lo immaginavo per averlo visto alla tv), mi cammina ad altezza sotto naso…
C’è anche Carla Fracci, vestita di bianco. Presto, presto, è ora di entrare.
Seduta nel mio bel posto al numero tal dei tali (numero che era mio anche all’appello del Mater Dei), le luci si spengono e cominciano a cantare arie, diciamo così,
che non mi porterò in giro nella memoria e nell’anima. Caro professor Zempf,
aveva ragione lei, la trama sembra scritta da Calandrino e Buffalmacco e provo pena per il soprano con i
capelli stagliuzzati che anni fa ho visto nei panni di Elvira e bella nell’abito da
puritana. Neppur l’apoteosi finale accende la mia anima. Nonostante i cieli
azzurri in lontananza…
Nel buio, il terzo
occhio mio si accende e vedo. Vedo il sovrintendente in sofferenza, le mani nei
capelli, quando canta il baritono sostituto del suo cugino maggiore celebre. Il mio sovrintendente,
caro Zempf, siede in un palchetto a un tiro di sassolino dal proscenio e accanto a lui c’è
la giovane moglie che cerca di sollevarlo. Però il sostituto se la cava e l’angoscia
si stempera nella voce che intona il dovuto e pure a tempo. Vivaddio. Alla
fine dell’operina, proprio quando comincia la sarabanda degli applausi, oddio,
sogno o son desta: vedo capitombolare, a giro di ruota le gambe, qualcuno nella
buca dell’orchestra. Dico al professore: “Qualcuno è precipitato nella buca
dell’orchestra”. Ma lui, perduto in aeree considerazioni critiche, scuote il capo e fa, “ma che dice, signora?” Dico che
è successo e che so anche chi è la tipa in questione per averla vista, durante
l’intervallo, confabular con gli orchestrali. Veramente non è una tipa, ma un tipo in vestito lungo, smascherato dal pomo d'Adamo. Via, via, applaudiamo e poi a
prendere il cappotto dove incontro un ex ministro (piccolo così che credevo
alto lui pure…) tutto sgomitante per aver perduto la sciarpa. Mi passa avanti,
sbraita e si sbraccia, (per quel poco che può), torna nel gran teatro del mondo dove la parte di ministro non gli tocca più. Sospiro, prendo il cappotto, e via con il mio Zempf, finalmente disceso dal Parnaso.
sabato 5 dicembre 2015
Passeggiate romane
| Seduta, tutta un nervo teso, il muso a triangolo, la piccolì aspetta l'osso che le ho portato e io, zacchete, l'ho fotografata. Non è mia, ma lo è nel mio cuore rotondo... |
Ieri mattina, nell’oro acceso del bel sole
dicembrino, eccomi, passata sulla destra Santa Caterina, a scender giù per la
scalinata di Magnanapoli per raggiungere la biblioteca Rispoli dove ho prenotato
un libro di Ernesto De Martino, che io, se chiudo gli occhi, immagino come un
sub, a lume di luce, nelle profondità semplici della verità. Sia lui che
Giuseppe Cocchiara sono stati a me maestri e, con una riverenza a piedi in
croce, li ringrazio, mentre cammino ritagliata nel cielo terso e turchino con
la brezza a carezzare i capelli miei lunghi e sciolti. Cammino svelta e non
immagino che presto dovrò fare una gimcana tra i tanti mendicanti. Io i soldi
miei d’elemosina li do a chi so io che sa e distribuisce proprio per non dover,
io, distinguere per la via chi scegliere tra tanti miseri che tutti quanti mi
stringono il cuore. Il primo è un uomo di etnia rom, appostato sul Plebiscito. Mi saluta e quasi mi inseguono le sue parole mentre scivolo via per
imboccar di corsa la via della Gatta. Un occhio mio a lei e subito dopo alla
strada dove ecco altri due che mi chiedono denaro. Proseguo, dopo il ritiro del
volume, verso San Marcello, chiesa dei serviti che, per chi non lo sapesse, contano
ben sette fondatori. Io, per parte mia, conto San Marcello tra le chiese mie,
non tanto per il sacro crocefisso del miracolo, ma perché c’è un quadro grande,
sulla sinistra, di San Paolo convertito e caduto da cavallo che mi innamora: l’apostolo
delle genti vi giace biondo e col suo bel giubbino color turchino e in alto c’è
il Signore che lo chiama… Davanti a San Marcello, passo altre due mendicanti in
nenia di richiesta di soldini. Sono in chiesa, ma i sacerdoti sono tutti
occupati; va bene, sono comunque in
salvo e sto per far la mia elemosina per l’acqua benedetta, quando sento una
voce in bisbiglio, Mi giro: c’è una signora, italiana, sui settant’anni e bella
rotonda e con un piumino che le scende fino alla caviglia. Prende a
raccontarmi, in medias res i guai suoi, arrotolati sulla lingua come una
cingomma. Insomma vuole soldi. Dimitto auricolas e apro il borsellino, poi però
scappo a Santa Maria Maggiore dove i padri domenicani sono sempre pronti a
confessare e dove trovo pace e riposo.
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