Nel trascolorare del
cammino mio che avanza, ora (anzi, or sono pochi, pochissimi giorni) senza una
guida sicura, eppure felice con me stessa e con gli altri, nel consumarsi
sereno della passione dell’ogni giorno,
mi sono recata stamane a Santa Maria Maggiore. Lì dove cadde la neve al cinque
d’agosto, mi piace, alle dieci del mattino, nel freddo del sole che indugia all’orizzonte,
coi suoi raggi radenti sul mondo, assistere alla messa nella bella cappella
della Madonna della Salus Populi Romani. Sarà perché si è tanti e tanti in
orazione, sarà perché il celebrante ha voce e anima, sarà perché a udirlo a
orecchie accese, ti par facile costruir, nell’umiltà, la casa sulla salda
roccia; sarà per tutte queste ragioni in fascio, che mi trovo, spesso e volentieri,
in quel sacro luogo e tutta quanta in me, nel mondo che tutt’intorno mi
abbraccia.
Oggi, come sempre,
dunque, e me ne andavo via, a messa conclusa, e sono proprio sulla porta,
quando si spalancano i battenti ed ecco entrar tante ragazzine, e tutte con il
basco in testa e con le scarpe grosse e gonna blu e calzettoni e tutte quante al
seguito di religiose domenicane (le domenicane di Sanjoux, come scopro ora, scorrendo per caso un sito internet...) in abito solenne, con il soggolo ben fermo sotto il mento
e il velo stretto intorno al viso, tutte belle e giovani e in nero e bianco. Osservo quell’allegria
composta che mi parla, nell’ordinata sua primavera, di un altro tempo, di
quando, nella primavera mia, stirata nella divisa dell’Istituto Mater Dei,
vedevo un altro mondo, un mondo con i piedi ben piantati sulla terra e il capo
in cielo. Un mondo che ho ritrovato, nel bel dono, questa mattina, proprio qui
a Santa Maria Maggiore, in quella nuvola di giovinezza in uniforme, col basco in capo, un basco parlante che grida al mondo "veritas": loro, tante, deliziose Madeleine ritrovate, venute fin qui – e sorrido – per me, proprio da Parigi…

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