Non ho mai punto amato
la gran casa bianca, circondata dal verde del giardino, dove nacqui, io per
prima, anche se ultima di cinque fratelli,
in quegli anni Sessanta ancora acerbi e bambini dove quattro più quattro
faceva otto e non come ora che neppure più si sa... Non amavo la casa dove ebbi
una stanza tutta per me, come quella di Virginia Woolf (che ho letto e che
capisco e amo solo in questa unica, vera necessità di giovinezza…) a vent’anni
o poco meno, quando già ero pronta per spiccare le ali e andarmene, col mio bel
contratto di giornalista in tasca, a vivere sulle montagne russe della
solitudine, in un piccolo appartamento perduto lungo una delle tante vie
consolari. Non l’ho mai amata, dico la bella casa all’Aventino, perché mai fu
mia nell’anima e tutta quanta affollata di altre anime che io non capivo (e non
capisco) non capendo loro me.
La casa, piena di
genti, no; ma il giardino tanto, nei suoi angoli riposti, dove cercavo con Ann
O’Brien, la porticina che mi avrebbe portato a Fairyland per vivere in un
giorno – nel tempo magico delle fate - una vita intera d’avventure. C’era, ad
esempio, nel boschetto, d’ombra e dei Salini, un angolo, chiuso nel Nord più
cupo, dove un pino stringeva il tronco contro un muro, offrendo una radura alle
lucertole e all’immaginazione mia. Lì, lì doveva essere la porticina per Fairyland...
Oppure, su, al pratone, sotto il ricamo di marmo bianco del Bastione del
Sangallo. Lì, la cercavo, nella verde casetta di Marino, tra il tagliaerba e il rastrello. La porticina fatata, in
quel giardino che non è più mio non l’ho mai trovata, ma dentro di me, nell’oro
acceso del mio tardo pomeriggio, ho trovato ponte e fiamma e una stanza tutta per me.
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