In una casa di torrette e altane, color meringa, seduta in un
giardino selvaggio, proprio sul ciglio delle scogliere nere che mordono come
denti il mare saraceno delle Puglie, villeggiavano da giugno a settembre di
quelle estati che c’erano una volta e ora non sono più, i Capocci Ravalli. Erano così tanti in
famiglia, tra fratelli e cugini e zii e nipoti, e primi e secondi e terzi, alti e spigolosi i
maschi, rotondette le femmine, che a metterli in fila ci sarebbe voluto un
giorno sano. Inutile dire che i Capocci Ravalli erano stati i baroni del posto
e che, per anni, tra terre e masserie e gagliardetti e senatori del Regno,
avevan fatto il bello e il cattivo tempo in quel di Capocase, maritando le
femmine procaci ai maggiorenti del luogo, con radici su fino a Roma, e i maschi
a dame con doti regine. Insomma nel gomitolo delle parentele pugliesi di quel
certo mondo che fu ci si ritrovava sempre, nell’albero genealogico, di lusco o
di brusco, un Capocci Ravalli. Ma quel tempo era trascorso e lontano, il
presente fischiava i suoi frastuoni al neon e anche il patrimonio andava
svenendo nel buio di tasche distratte… Un’estate, quando già tremolava il tramonto della casata, venni invitata a passar qualche giorno in quella villa bianca e lievitata che pareva sonnecchiare, al modo d’una odalisca, nel languore del lento, placido declino. Del mare di mattonelle arabe, le piroette del sole a guizzar tra le onde, della casa il campo da tennis che doveva aver visto primavere più allegre. Si vantava di essere di terra battuta, ma qui e là, chiacchierini, esplodevan ciuffi d’erba e la rete che separava le due piazze era smagliata, grigiastra e metteva quel tanto di malinconia a vederla ciondoloni, impiccata tra i pali, che solo a ripensarci sale il magone. Io, un dritto e un rovescio, vestita di bianco (chè altro colore dal padrone di casa non era ammesso…) mi sentivo, nell’incanto solenne di quella numinosa rovina, non più io ma Micol Finzi Contini.
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| all'equatore, l'altro mondo |
In un pomeriggio di afa e scirocco, che tappava narici, bocca e cuore, ecco arrivare dritti dritti dall’altro mondo i cugini brasiliani, verniciati e lucidi e contemporanei tanto da parer americani. Figuratevi la scena, con i parenti italiani in fila, polverosi per la troppa storia. E ci sono gli altri, sciacquati alla fonte d’Iguacu. C’è un lui, c’è una lei e c’è un bambinetto di tre anni con il pollice in bocca. D’un tratto il piccino, tra i tanti parenti mai visti e che dovevan sembrargli un tutt’uno di mummie, tirato il dito fuori dalle labbra, indicando la casa lontana fa: “Casa da bruxa!”. E tappete, il dito di nuovo a coprir la bocca. “Che cosa ha detto?", fa il nonno, vecchio, di quercia e farina, il padrone di casa. Zitti i brasiliani; solo io che masticavo il portoghese seppi la verità. Ma tacqui perché delle vecchie signore, anche se son case, bisogna aver rispetto e nel cuore restan regine...
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Eh ! Sappiamo bene quanto l'innocenza sia sincera finchè i cosiddetti adulti navigati nel mare della vita non inculcano l'ipocrisia. Già tornata dal mare? (niente pacchettino :( a questo punto penso sia andato smarrito....vatti a fidare!)
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