Per me, in casa dei nonni,
esisteva soltanto l'armadio del guardaroba. Solenne come un
corazziere del Quirinale, sfiorava il soffitto col capo ed era tutto
quanto color caffè e liscio come cuoio. Portava appeso alla
chiave, nella bocca della serratura, un orecchino di bronzo brunito,
in forma di croce copta, che si poteva flettere come le gambe della
mia Barbie Malibu.
Nei vasti ripiani, foderati con
carta decorata a gigli di Firenze verdi e blu, ci si potevano trovare
ninnoli e cianfrusaglie che mi incantavano nel loro piccolo nulla:
elastici gialli, verdini, tinta malva; piccole torce nere, puntine
arcobaleno, bottoni grandi e piccini, bomboniere di tulle ancora
gonfie di confetti, candeline da compleanno usate ancora attaccate
all'apposita gorgiera di plastica, cucchiaini con il manico a zig zag
dall'utilità a me ignota. L'armadio custodiva anche disegni e
acquarelli del prozio Federico, il ginecologo istriano che aveva
fatto nascere i gemelli. C'erano scodelle e piatti da lui decorati
con su rapaci pappagalli dalle penne di serpente, arpie con ali di
pipistrello, mostruosi draghi dalle fauci vermiglie, tutto il
bestiario di un medico visionario che chissà che cosa
immaginava ci fosse dentro quel buco nero da dove faceva scivolar giù
la vita in forma di creature umane...
Molti anni più tardi il
ciondolo dell'armadio fu mio. Lo appesi al collo come avrei fatto con
un cuoricino di corallo, che so, una violetta di merù e me ne
andai per la mia strada come ho sempre fatto. In piazza Vittorio,
ancora colorata di banchetti e di voci romanesche, mi sentii addosso
gli occhi mori di un venditore. “Copta?”, mi chiese, senza tanti
preamboli. E lì, seduta stante, mi propose il matrimonio...

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